
Dopo aver preso il secondo volume di A Tavola con benedetta Parodi - Un Piatto di Pasta, ho voluto provare una delle ricette per vedere se in termini di tempo, lavoro e spesa ne valesse veramente la pena. Ho provato le lasagne vegetariane e posso dire che il risultato finale è stato abbastanza buono, la spesa contenuta, ma il tempo e il lavoro impiegati sono stati notevoli.
Un buon modo di variare le lasagne con un ragù di verdurine, ma certo, meglio mettercisi di domenica o in una giornata con un po’ di tempo libero. Le verdure in questione (cipolla, sedano, carote e zucchine) vanno tutte tagliate fini o a cubetti e poi soffritte a più riprese; inoltre le zucchine secondo me andrebbero soffritte a parte per renderle croccanti e non aggiunte alle altre verdure. Il ragù si completa dopo una decina di minuti con della polpa di pomodoro e poi va lasciato sobbollire venti minuti.
Poi si procede come per una lasagna normale, con le stratificazioni di pasta fresca (o secca fatta bollire qualche minuto), il ragù vegetariano, la besciamella, il parmigiano grattuggiato e qualche gheriglio di noce per dare croccantezza. Quaranta minuti in forno a 180° ed è fatta; come ho detto, il gusto finale rende, la consistenza un pochino meno, la prossima volta di sicuro terrò la besciamella più soda, meno liquida. Una ricetta che non proverei da questo volume? I noodles con pomodori e basilico; invece credo proprio che proverò anche la carbonara vegetariana, con la cipolla fritta al posto della pancetta.
Dopo aver dato un’occhiata al primo volume della serie A Tavola con Benedetta Parodi - Antipasti e Stuzzichini, mi è venuta subito voglia di provare una delle ricette presenti nel libro, ho scelto il Patatonno. Almeno così viene definito qui il classico pesce finto, che però non viene corredato di fotografia (come la maggior parte delle ricette di questa uscita).
Ho scelto questa ricetta per la sua semplicità, perchè è un classico e per vedere se c’era qualcosa di particolare o innovativo nella procedura, ma devo dire che l’iter e gli ingredienti sono quelli classici: patate lessate, tonno in scatola sgocciolato, capperi e mayonese. Si trita bene e si mescola il tutto e poi si plasma l’impasto nella forma di un pesce.
Unico suggerimento alternativo, l’idea di usare del semplice olio extravergine d’oliva nel caso si voglia/debba evitare la mayonese. Che dire, la ricetta è super-facile e gustosa e di certo economica: spesa totale per 3 porzioni, circa 4,5 Euro. Ecco il segreto della Parodi, che ha fan in continua ascesa; ho aggiunto un tocco personale aggiungendo dei filetti di acciughe per la decorazione (e secondo me ci stanno anche per il gusto nell’insieme).
Vedremo come va con i prossimi volumi; mercoledì 18 gennaio 2012 esce “Un piatto di Pasta”, pare che il primo volume sia andato a ruba (anche perchè costava solo 1 Euro), quindi prenotatevi oppure andateci alla mattina presto, costo 7,9 Euro.

Ritorna Mangia come scrivi, la rassegna gastronomico-culturale che abbina scrittura e buona tavola. Appuntamento alle ore 21 di venerdì 11 novembre all’Hostaria Tre Ville di Parma per la serata “Gli eroi del fumetto - Vol. 2″, una cena particolarissima in onore di Sergio Bonelli e ai suoi eroi più celebri.
Sarà proprio il famoso editore di fumetti recentemente scomparso a “ispirare” le discussioni dei presenti, grazie alla “conduzione” del giornalista Gianluigi Negri, coadiuvato dagli invitati “del settore”: Leo Ortolani creatore di “Rat-Man”, Ade Capone creatore di “Lazarus Ledd” e autore di “Mistero”, Stefano Vietti sceneggiatore di “Nathan Never” e di “Dragonero” , Giancarlo Olivares disegnatore di “Nathan Never” e “Spider-Man” e Stefano Babini autore prattiano del “fumanzo” “Non è stato un pic nic!”; che si riuniranno intorno ad uno speciale menu di ben quattro portate di cacciagione, vera “gloria della casa”.
Non poteva mancare la degustazione di grandi vini delle Langhe, prodotti a Barolo (Cuneo) dall’Azienda agricola Vajra (specializzata, neanche a dirlo in “Barolo di Barolo”, la quintessenza in forma di vino) e scelti da “Il Bere Alto” di Claudio Ricci.
Via | gazzettadiparma.it

Ed eccoci qui, in uno dei punti di riferimento della gastronomia romana, nel popolare quartiere Tuscolano, sita precisamente in via Flavio Stilicone n’278-282, la Bottega Liberati è il luogo amato da tutti i gourmets che sono soliti viziare il proprio palato. Vi possiamo trovare formaggi selezionati, paste ricercate, uova biologiche, mieli, infusi, ma soprattutto salumi e carni pregiate.
Questo negozio nasce come macelleria nel 1963 grazie al signor Emilio, poi il figlio Roberto ha ampliato il suo interesse per prodotti ricercati e di nicchia, gettando le basi a quella che sarebbe diventata in futuro la Bottega, dove il sapere di due generazioni sono messe a confronto e a disposizione di tutti coloro che amano mangiar bene. I loro prosciutti sono uno spettacolo, che non di rado, viene condiviso con la clientela mentre si sta scegliendo la prelibatezza da portarsi a casa. Cordialità, simpatia e grande professionalità nel descrivervi i prodotti, fanno di questo luogo un posto irrinunciabile.
La qualità si paga, soprattutto se paragoniamo un prosciutto del supermercato ad uno artigianale, ma dietro all’offerta c’è una ricerca attenta e minuziosa che lascia pochi dubbi. Se si vuole fare un po’ di spesa, non vi nascondo che il portafogli viene intaccato, ma a parità di prodotti, qui ce ne sono alcuni che in altre enoteche costano di più, il che mi fa pensare che siano corretti anche nella politica dei prezzi.Che altro dirvi se non di provare la loro tartare o albese di manzo crudo o la salsiccia tagliata a punta di coltello?

Il prodotto è eccezionale, e questa non è una rarità nel nostro paese (per fortuna!), ma se c’è anche un fotografo d’eccezione a immortalarlo il connubio diventa a dir poco eccellente. La lavorazione delle provole di Oliena, trasfigurata nelle immagini di Matteo Setzu, che la Sardegna c’è l’ha nel sangue oltre che dentro l’obiettivo, assume un carattere mitico, diventa quasi un rituale iniziatico al mondo magico dell’arte casearia.
L’isola viene presentata attraverso uno dei suoi prodotti tipici più saporiti e non necessariamente più noti, proprio grazie all’abilità di uno dei suoi figli. Dopo un fine settimana di Cortes apertas (porte aperte per la valorizzazione del patrimonio enogastronomico della provincia di Nuoro all’interno della manifestazione Autunno in Barbagia) ecco ripresentarsi prepotente lei: la provola bella, tonda e bianca nelle mani forti dell’artigiano che le da forma. Ed è tutto un tripudio di morbido candore pronto a sciogliersi in bocca!
Via | paradisola.it
Sulle pagine di Gustoblog di solito si parla di sapori in termini ben diversi: ma l’intervista di Chrissie Giles a James Wannerton merita di essere letta. Il cibo, e i sapori del cibo, sono al centro della questione. Perché James soffre di una forma estremamente rara di sinestesia: ogni volta che sente o legge una parola, riesce a sentirne il gusto in bocca. Affascinante come malattia, ma anche problematica.
Leggiamo il pezzo di Chrissie:
James, raccontaci di te
Lavoro nell’IT e soffro di una rara forma di sinestesia, ovvero un eccesso di connessioni tra due aree del mio cervello. Significa che qualunque cosa io ascolti, veda o legga, la traduco in un sapore. Anche se non sto mangiando nulla - e sono certo di non stare mangiando nulla - la sensazione è decisamente realistica per me.
Continua a leggere: James Wannerton e la sinestesia: storia dell'uomo che gusta i suoni

Mario Vargas Llosa (in foto) ha vinto il Premio Nobel per la letteratura 2010 “per la sua cartografia delle strutture del potere e la sua tagliente immagine della rivolta, della resistenza e della sconfitta dell’individuo”.
In una recente intervista radiofonica in Perù, sua patria, ha parlato anche di un piatto che gli piace particolarmente e che solitamente mangia nei ristoranti della catena Tanta, che lo preparano su sua indicazione. Subito Gastón Acurio, famoso chef, ha annunciato che i menù dei ristoranti, includeranno un piatto in onore del Nobel: le uova di don Mario al sugo.
Stando alle parole di Vargas Llosa, il piatto è molto semplice: si tratta di uova su pane casareccio condito con salsa di lomo saltado (modo tipico peruviano di preparare la carne). Magari potrebbe essere una pietanza interessante da preparare in una serata gastronomica a tema letterario, non trovate?
Magari, però, utilizzate il nome italiano e non quello originale (huevos de don Mario al jugo) dal momento che in spagnolo huevos significa anche testicoli e i doppi sensi si sprecano…
Foto | Flickr

Ma l’Unità d’Italia a tavola esiste davvero? Ho letto libri ed ascoltato conferenze sull’argomento, ed alla fine anche le ultime pubblicità di “auguri” all’Italia unita lo dicevano: diversi a tavola, ma uniti nello spirito comune. Ebbene sì, diciamolo, nell’Italia enogastronomica è difficile parlare di Unità. Esiste, infatti, un piatto che rappresenta tutta l’Italia? No. Ci sono dei piatti, dei vini, degli stili in cucina, che sono diventati rappresentazione dell’Italia. C’è lo spirito italiano.
Il 2011 è anche il primo centenario della morte di Pellegrino Artusi, creatore del cosiddetto Risorgimento enogastronomico dell’Italia ed auore del “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” in cui si teorizzavano le prime ricette “italiane”, scritte in lingua italiana e raccolte in tutta la pensiola, salla Sicilia al Piemonte. Eppur, territorio che vai cultura gastronomica che trovi, ci insegna Massimo Montanari (che stiamo cercando di intervistare per voi), perché ogni territorio, anche nella stessa regione, ha cultura, tradizioni e materie prime diverse, e questo comporta una diversificazione assai affascinante della cucina italiana, seppur sempre legata da un filo conduttore, da uno spirito italiano che ci ha consentito di essere uniti. D’altronde, spiega Montanari nel libro “L’Identità italiana in cucina ” (ed. Laterza), quando ancora il Paese non aveva un’unità politica, gli italiani esistevano già e si sentivano parte dello stesso popolo, per modi di vita, gusti artistici e gastronomici.
In Puglia mangeremo le orecchiette con le cime di rapa, il polpo crudo e i pasticciotti, in Lombardia la cassoeula, l’ossobuco e il panettone, eppur ci sentiamo italiani comunque. Perché? Beh, non serve una cucina italiana “codificata” con regole precise e capace di essere applicata in tutto lo stivale per sentirsi uniti, la diversità è anche simbolo di creatività, di adattabilità, di estro, di capacità, che agli italiani non è mai mancato, dall’antica Roma ad oggi. La cucina italiana, quella dell’unità, è fatta dai saperi e dalle pratiche che hanno consentito agli italiani di condividere ricette e prodotti, usi in cucina e stili di vita, sin dal Medioevo.
E voi, che ne pensate? Vi sentite “uniti a tavola”?
Foto | Flickr

Stamattina, Il Cucchiaio di Legno di Milano ha ospitato la presentazione di Fresco - Come appena fatto, un’apparecchio innovativo “made in Italy”, progettato per facilitare la vita in cucina (di cuochi e appassionati) ottimizzando le tempistiche del cucinare e mettendole a proprio vantaggio.
Presentato per l’occasione dal critico gastronomico del Corriere Allan Bay, Fresco consente di mantenere la qualità dei cibi, conservandoli al meglio attraverso l’abbattimento rapido della temperatura (e infatti è prodotto da Irinox, specializzato in apparecchiature da abbattimento); permette la surgelazione rapida e lo scongelamento controllato (veloce e senza precottura) e il raffreddamento delle bevande da temperatura ambiente a “di servizio”.
Per il “caldo” invece consente la cottura lenta che non supera i 75°, per mantenere la naturale umidità degli alimenti e le sostanze nutritive; la lievitazione naturale, portando il lievito a svilupparsi completamente e quindi ad essere più digeribile; e infine la funzione che forse ci piace di più.
Si chiama Piatto Pronto: in pratica consente di conservare durante la giornata il piatto come se fosse in frigo, per poi ritrovarselo caldo e cotto al punto giusto al proprio rientro a casa. Pare che poi, con questo sistema si elimini il problema degli avanzi, perchè gli alimenti cucinati vengono conservati in maniera ottimale per 5/7 giorni.
Continua a leggere: Alla presentazione di Fresco - Come Appena fatto

Poliedrico personaggio, chef e showman, Simone Rugiati si è attestato, negli ultimi anni, come uno dei personaggi del mondo enogastronomico più amati dagli italiani. Ricco di spirito di iniziativa, tra partecipazioni televisive ed esibizioni in cucina, Simone ha appena finito un tour di show cooking nella catena Una Hotel, che lo ha visto protagonista di cene con cucina live per tutta Italia. Il tour, infatti, partito il 17 settembre da Siracusa, si è spostato tra Catania, Barberino di Mugello (FI), Bari, Roma, Milano per finire a Lido di Camaiore lo scorso 13 novembre, occasione in cui Gustoblog ha incontrato Simone per porgli qualche domanda.
Come nasce Simone in cucina e come inizia la tua passione?
Avevo una tata che mi badava quando ero piccolo perché i miei genitori lavoravano fino a tardi, così la sera poiché non stavo mai buono, mi coinvolgeva ai fornelli con lei per farmi stare tranquillo. Poi avevo due nonne molto appassionate di cucina, che mi portavano con loro a fare la spesa e mi parlavano delle loro ricette. Poi alle medie ho fatto una recita in cui interpretavo il Chichibio del Decamerone e con quella giacca addosso ho capito che dovevo fare il cuoco. Poi scuola alberghiera e tutto quello che c’è stato dopo.
Il tuo primo piatto?
Non ricordo, forse una torta di mele.
Hai scelto di fare una cucina più show che nascosta dietro le mura di un ristorante. Perché?
Ho voluto trasformare il mio lavoro in quello, in uno show. E’ iniziato perché lavoravo come chef di una casa editrice, e venivo sempre fotografato, venivano le televisioni, così dopo un po’ ho perso la timidezza, la freddezza davanti all’obiettivo e così dopo quando mi è stato proposto di fare qualcosa in tv ero pronto ad affrontare lo show e la telecamera. E se sei bravo a comunicare, fai show. … E poi così ho anche i week end liberi (ride).
Qual è il tuo segreto in cucina?
Mi diverto.
Continua a leggere: Intervista a Simone Rugiati, lo show-chef più esuberante d'Italia