
Niente farina “normale” nella mia dispensa oggi pomeriggio, ma solo due farine “alternative”: quella integrale di farro e quella d’avena. Così curiosando tra vari libri e usando un po’ di fantasia, ho preparato questi buonissimi biscotti, tipo Digestive, che andranno benissimo anche come base per le vostre cheesecake.
Gli ingredienti per 15-20 biscotti di farro e avena sono: 100 grammi di farina integrale (o raffinata) di farro, 150 grammi di farina di avena, 50 grammi di olio di semi di girasole, 50 grammi di zucchero di canna, mezzo cucchiaino di bicarbonato, 1 cucchiaino di aceto di mele, 1 pizzico di sale e 6 cucchiai di latte, che potrà essere sostituito da latte di soia o riso, per una ricetta completamente vegan.
Iniziate pre-riscaldando il forno a 180° C. Poi, in una ciotola capiente, unite le due farine, il bicarbonato, lo zucchero e il sale e mescolate bene. Poi aggiungete l’olio e l’aceto ed iniziate ad impastare, versando uno per volta i bicchieri di latte. Poi prendete una dose corrispondente ad una noce tra le mani, schiacciate, dandole la forma di un biscotto e mettete in forno per 10-15 minuti.
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Partendo dal presupposto che quando ho scoperto che in Francia tutti i funghi si chiamano generalmente champignon mi è venuto un colpo, attutito solo quando, andando più a fondo, ho realizzato che quindi i miei amatissimi “champignon” (detto all’italiana), oltralpe assumono la chicchissima denominazione specifica di Champignon de Paris, devo dire che non c’è niente di meglio di approfittare dell’autunno per farne delle vere scorpacciate. Oltre ad essere buonissimi sono anche leggeri, grafici (che è un piacere comporli sul piatto) e molto versatili. Mangiati a crudo hanno quel qualcosa in più che non saprei ben spiegare. Questione di papille direte… e mi sa che avete proprio ragione. Ecco una ricetta davvero sprint, una variante ancora più rapida dell’ottimo carpaccio presentato qualche giorno fa, perché priva di marinatura. Ricordatevi che va preparata all’ultimo minuto perché i funghi freschi temono l’esposizione all’aria.
Per quattro persone procuratevi 5oo g di champignon di Parigi (hanno la calotta leggermente rosata e a quanto dicono crescono nella sabbia nei sotterranei della capitale francese, ma sarà vero?), tre cucchiai d’olio (meglio se aromatizzato all’aglio o al rosmarino), un cucchiaio di aceto balsamico tradizionale di Modena D.O.P. una miscela di pepe grigio, coriandolo e cardamomo, un macinapepe con grani neri e una presa di sale. Pulite i funghi delicatamente con una spazzolina per eliminare tutta la terra, asportate l’estremità interiore del gambo e tagliateli a lamelle. Distribuiteli direttamente nei piatti, conditeli con un’emulsione di olio, aceto balsamico, pepe grigio, coriandolo e cardamomo, spolverateli con il pepe nero in grani macinato al momento (non troppo finemente, personalmente amo molto quella sensazione della bacca che scrocchia sotto i denti, ma lo spessore delle spezie è una questione di gusti indiscutibile) e portate in tavola. Si tratta, a seconda dei casi, di un antipasto eccezionale o di un contorno superveloce.

Se non siete di quelli che non riescono a resistere a quadretti di cioccolato mentre si lavora al pc, a spuntini fuori pasto di varia natura e ai pop corn al cinema anche se avete appena cenato, allora (oltre a scatenare il mio odio personale), potete anche esimervi dal continuare a leggere.
Udite, udite, invece, voi, cari compagni di masticate colpevoli: non è colpa nostra! Infatti una ricerca che viene dall’università della California afferma che è tutto da attribuire al nostro cervello, che con molta fatica tende a perdere le abitudini, figuriamoci quelle cattive.
In pratica gli esperti hanno provato a propinare a vari soggetti che andavano al cinema confezioni di pop corn appena fatti e altre di pop corn vecchi di una settimana: ebbene, gli habituée del mais esplosivo li hanno accettati entrambi indipendentemente dal sapore; gli altri hanno rifiutato quelli stantii.
Continua a leggere: Perché piacciono tanto le ‘schifezze’? La colpa è del cervello
Con l’Epifania tutte le feste sono andate vie (e, sinceramente, era ora!). Dopo qualche stravizio natalizio e con il freddo dell’inverno una buona tisana depurativa e, al contempo, tonificante non può fare altro che bene.
Mescolate insieme 20 g di cicoria, 20 g di curcuma, 20 g di tarassaco, 15 g di altea 15 g di liquirizia e 10 g di angelica (trovate tutto in erboristeria). Versate due cucchiai di questo composto in mezzo litro di acqua fredda e fateli bollire per 5 minuti, a fuoco basso e con il pentolino coperto. Spegnete il fuoco e lasciate riposare per 15 minuti. Quindi bevetela durante la serata. Ripetete ogni giorno per venti giorni e vi sentirete senza dubbio più “puliti” e tonici.
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Questa volta ho pensato a degli abbinamenti non alcolici e comunque sicuramente meno calorici visto che parliamo di tè. Non essendo esperta nel campo, mi sono recata presso un negozio molto fornito che si chiama bibliotèq trovato grazie ad una ricerca in internet. La fortuna ha voluto che il proprietario, Claudio Rubcich, fosse molto competente ed essendo anche sommelier mi ha decisamente capita ed aiutata.
Per un primo di pesce, quale può essere un risotto alla crema di scampi il tè giusto é un Lung Ching o comunque un tè verde con una buona percentuale di teina e tendenza dolce. Per i dolci tipici, quali panettoni vari e torroni l’abbinamento migliore è rappresentato da tè aromatizzati con poca caffeina o un Rooibos che non ne contiene affatto e dal sapore già dolce.
Per il classico cotechino e lenticchie dopo la mezzanotte ci affidiamo ancora al tè cinese con un a leggera sensazione di affumicatura o un tè del Kenia con caratteristiche simili. E per dopo le feste, quando ci rimangono da smaltire tutti i grassi accumulati ecco venirci in aiuto il tè Oolong.
Una minoranza sempre meno minoritaria, quella degli allergici che soffrono di patologie connesse con l’alimentazione: problema che si acuisce nel caso dei bambini, in cui la malattia è spesso meno controllabile, e torna in auge quando si parla di mense scolastiche.
Con il mese di ottobre, infatti, tutte, sia negli istituti pubblici che nei privati, sono entrate in funzione a regime, e nonostante le circolari ministeriali e il livello di umanità degli operatori, il pericolo è sempre in agguato.
Secondo gli ultimi dati, quest’anno tra i banchi ci sono circa 700mila bambini allergici, più o meno due per classe. Una reazione allergica grave su tre, inoltre, ha luogo a scuola e a rischiare maggiormente sono i piccoli entro i 5 anni d’età (270mila): tra loro sono in 5000 a essere soggetti a crisi che potrebbero costare la vita.
Continua a leggere: La nuova frontiera della lotta alle allergie alimentari
Il chewingum, o se preferite gomma da masticare, non è propriamente un alimento. Però rientra a pieno titolo tra le sostanze masticabili, ed è pure una di quelle più diffuse. La notizia che arriva dal Messico sembra quindi positiva anche per gli appassionati di buona tavola e di ristoranti, che magari talvolta di trovano a masticare un chewingum dopo un lauto pasto.
I Chicleros, discendenti dei Maya, possiedono 1.350.000 ettari di Chicozapote, alberi che crescono solo nella penisola dello Yucatan. E proprio da queste piante viene ricavato la Chicza, un chewing-gum biodegradabile, solidale e naturale.
Il nome completo è Chicza Rainforest Gum ed è stata premiata a Londra come “Miglior nuovo alimento biologico”. Tra le sue qualità principali del nuovo prodotto c’è sicuramente la biodegradabilità: la nuova gomma biologica si dissolve infatti dopo due mesi, non lasciando tracce sui selciati e nei parchi. La Chicza sarà venduta in Italia nelle Botteghe del Commercio equo e solidale ed anche nelle tabaccherie.
Via | GreenMe

Il lunch box, come detto, è una usanza tipicamente giapponese, lo abbiamo visto centinaia di volte nei cartoni animati e, se siete degli appassionati, anche in film giapponesi e dorama. Nella foto qui sopra vi ho messo i cibi più classici della cucina giapponese coi quali di regola si riempie il proprio cestino da pranzo.
Solitamente la parte più consistente del pranzo è formata dal riso, che occupa i 2/5 del bento. Qui sopra vedete il riso sotto forma di onigiri: dei simpatici triangoloni di riso ripieno di tonno, uova o altra farcitura. Vedete poi ruotado in senso orario del sushi: il piatto giapponese più conosciuto nel mondo, ma non utilizzato poi così spesso. Il pesce però riveste anche lui una parte importantissima nei vostri lunch box. Essendo il Giappone un’isola va da sè che il pesce è usatissimo. Anche lui trova posto come topping del riso o come accompagnamento occupando circa 1/5 del bento.
Passiamo poi a due piatti tipici: ramen con carne e curry. Questi difficilmente trovano posto nel lunch box, ma erano ugualmente da presentare per la loro importanza nella cucina giapponese che dunque come abbiamo visto non è formata esclusivamente da pesce crudo! Gli ultimi 2/5 del lunch box sono solitamente riempiti da verdure: carotine, spinaci, cetrioli…un pasto equilibrato, leggero e sano!
I porri appartengono alla stessa famiglia di cipolle, aglio e affini; di essi si consuma prevalentemente la parte bianca finale ed anche un po’ di quella verde. Ha un gusto meno intenso rispetto alle altre piante di questa famiglia e, al contrario di questi, una volta cotto, è molto digeribile. Le varietà invernali più diffuse sono la Carentan, la Gigante d’Italia e la Gigante d’inverno. Esiste però anche una loro produzione estiva.
Vengono coltivati in tutta Italia, ma in particolare in Veneto, Lazio, Emilia-Romagna e Piemonte. Il porro è ricco in sali minerali e vitamine. E’ utile per stimolare l’attività di reni ed intestino.
I porri vanno conservati in frigorifero, nel compartimento delle verdure, possibilmente in sacchetti di carta, dove si mantengono anche per una settimana. L’importante è che la parte commestibile si conservi sempre ben soda e priva di fessure o parti ingiallite.
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In ogni paese ci sono usanze diverse, una mia amica giapponese mi ha scritto una breve introduzione a cos’è il Capodanno proprio in Giappone. Il Natale infatti non è così sentito come da noi, ma è più che altro un momento in cui si esce a cena con il fidanzato o il proprio marito: è quindi maggiormente dedicato agli innamorati e non necessariamente alla famiglia.
Invece la celebrazione del Capodanno è più articolata: tradizione vuole che si vada al tempio e si faccia un’offerta. La richiesta è naturalmente di un nuovo anno molto prospero e i festeggiamenti si protraggono molto a lungo. Oggi vi espongo brevemente la prima parte.
Possiamo dividere i festeggiamenti seguendo l’aspetto culinario:
dal primo al 3 gennaio è l’Osechi- ryori: i primi tre giorni del nuovo anno si mangiano cibi precedentemente preparati. Si usa una specie di bento a diversi piani, molto bello, spesso laccato, che viene riempito con cibi che si possono conservare per qualche giorno. Oltre che contenere buoni cibi deve essere anche bello esteticamente, d’altra parte la persona che lo prepara potrà così riposarsi i primi 3 giorni dell’anno.