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Prodotti industriali VS prodotti naturali

Pubblicato: 28 set 2008 da daniela

Commenti dei lettori

galloHo trovato sul sito del Gambero Rosso un articolo molto interessante su una cena tenutasi qualche tempo fa. Gemelli diversi è il titolo di questa cena , organizzata dal giornalista (Repubblica - L’espresso) e blogger gourmet Paolo Trevisani. Riservata a una trentina di persone e svoltasi presso l’agriturismo Quadrifoglio di Calcara (Crespellano), in cui sono state cucinate e mangiate carni, verdure, farine e uova di origine industriale-intensiva e di origine “ruspante”,cioè bestie allevate allo stato brado e alimentate con ingredienti di qualità.

Più che una cena è stato un esperimento per testare i gusti delle persone. Un’attività che unisce divertimento e intelligenza; con lo scopo di fare acquisire consapevolezza, e far capire cosa significa avere davanti prodotti diversi a prezzi diversi.

Una “prova” che ovviamente non ha riservato sorprese e qualche stupore. Il pollo ruspante ha avuto 19 fan contro uno solo del gemello diverso, il minestrone surgelato ha avuto ben 8 preferenze rispetto alle 12 del suo omologo fresco appena tagliato; uovo buono contro quello industriale: 18 a 3; tigelle vere contro cloni 15 a 3. Crostata con crema casalinga e prugne di Vignola contro la gemella in confezione a lunga scadenza: 12 a 4.

Non vi sembra assurdo che anche solo una persona possa preferire un pollo di allevamento intensivo e allevato a mangimi a uno che ha vissuto all’aria aperta e si è nutrito con i prodotti della campagna; e addirittura 8 abbiano preferito il minestrone surgelato a quello fresco?

Questa cena è l’ennesima conferma che, comunque sia, il nostro gusto è viziato dai prodotti industriali, che alle volte ci sembrano meglio di quelli naturali e “sani”. L’unico consiglio che posso darvi è quello di allenare il vostro palato a riconoscere i cibi migliori, cercate quindi di selezionare quello che acquistate; un prodotto non vale l’altro.

Via | Gambero Rosso

Foto | Flickr

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5 commenti

Commenti dei lettori

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  • Profilo di Bad Moon

    Bad Moon

    28 set 2008 - 19:43 - #1
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    Esperimento divertente! Mi piacerebbe provare a fare la stessa cosa a casa qualche volta.

  • Profilo di priscilla

    priscilla

    29 set 2008 - 12:00 - #2
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    Abbiamo la fortuna di poter usare prodotti non industrializzati e quando vado al negozio seleziono in base alla qualità, sempre. Questo esperimento in casa mia sarebbe bandito, mi caccerebbero…

  • Valerio Baron

    29 set 2008 - 22:52 - #3
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    Quasi quasi ci provo nella mia trattoria. Sono comunque certo che 80% delle persone, non possono più capire il cibo falsificato/industrialmente da quello originale/naturale, perché da tanto tempo si continua a mangiare schifezze.

  • gunther

    02 ott 2008 - 21:11 - #4
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    quello che con comprendo è perchè un prodotto industriale (termine non corretto) deve essere necessariamente negativo e solo il prodotto naturale positivo. In primo luogo bisogna capire cosa si intende per “prodotto naturale” io di prodotto naturale conosco solo l’ortica, che cresce spontanea, preferirei parlare di prodotto da agricoltura biologica, prodotto naturale un termine già deviante. In qualsiasi caso tutti i prodotti sono fatti dall’uomo con aiuto delle tecnologie. I prodotti del contadino sono più genuini voi dite, va bene chi lo dimostra? il contadino .Perchè un prodotto industriale deve essere per forza negativo? Credo che ci siano dei preconcetti ma garantiscono uno standard qualitativo, non il massimo in alcuni casi, ci sono delle truffe a volte, ma quante volte il conadino compre le uova al supermercato e le rivende come proprie….., non dico che non ci possa essere una produzione di alimenti biologici certificata ma che per partito preso associare il prodotto industriale come un prodotto negativo non è corretto.

  • Profilo di adobio

    adobio

    06 ott 2008 - 13:29 - #5
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    Utile e interessante argomento,questi problemi sono oggi molto presenti, perché effettivamente ciò che il pezzo elenca sono atteggiamenti reali di perdita di capacità di riconoscimento delle eccellenze, dei veri sapori e delle vere consistenze. Credo che, nei vari cibi, il riconoscimento dei linguaggi dei territori da cui provengono dovrebbe essere il miracolo che ci emoziona a tavola. Tutto ciò e comunque una questione di studio e di applicazione; di ricerca. Di un olio, di un vino, di un salume, di una carne, di un miele bisognerebbe innanzitutto conoscere i difetti, capire gli errori eventualmente fatti nel percorso che li ha generati per capire po l’alta qualità a volte raggiunta. Già questo è un processo che necessita di tempo , voglia di sapere e voglia di imparare. Il tempo fa capire al ragazzo di un antico racconto Zen la differenza tra la pregiata Giada e i sassi colorati, ma comunque solamente sassi. Ecco il tempo, e direi anche lo studio appassionato, fanno capire come riconoscere il non buono e poi, nel tempo , anche il buono,l’eccellente. l’eccezionale che a volte non è detto che individualmente sia quello che più piace. Valga un esempio per tutti: un eccezionale miele di corbezzolo potrebbe essere tale senza piacere a tutti, con la sua vena amara e selvaggia che lo rende un miele per appassionati di linguaggi dei “terroir”sardi o toscani in questo caso.
    L’educazione al gusto secondo me dovrebbe essere una pratica coltivata molto seriamente. Attuata si dai primi anni di vita, magari nelle scuole- (mi pare qualcosa si faccia gia nel senese con i salumi di Cinta presentati con ottime stagionature ai bambini delle scuole elementari). Solo così impareranno a riconoscere un vero prosciutto di Cinta e a sentire i funghi, le nocciole e le ghiande che miracolosamente ci sono dentro e che non si vedono , ma si possono solamente sentire con il palato per chi sa ascoltare. Perciò questi bambini saranno aiutati ad apprezzarlo questo prosciutto, a ricercarlo e a farlo vivere nella tradizione locale, come si fa vivere una lingua locale, un dialetto, un linguaggio del territorio. I cibi dovrebbero essere proprio come i linguaggi dei territori. Una lingua che dice cose , che racconta, che esegue, in un certo senso, la sua sinfonia e che alla fine, come dopo un ascolto poetico o musicale e in questo caso sensoriale attraverso la bocca e il naso, ci fa sentire bene, in armonia con un territorio e anche con noi stessi. Si sa anche che una lingua non praticata dopo qualche decennio muore, scompare, si perde.Io comunque non mi appassionerei per il concetto del cibo di una volta o della nonna. Ci sono cibi di una volta che noi oggi non mangeremmo, vedi il vino dei romani o le carni frollate sotto le selle del cavalli, al limite della putrefazione , certamente non molto salutare. L’evoluzione del pensiero e la scienza ci hanno dato strumenti per controllare i processi che portano ad un grande vino, ad un grande salume che vive nell’equilibrio delicato delle muffe buone contro quelle cattive, solo le condizioni di grande igiene e pulizia delle arnie portano ad un grande miele che nasce da un ape sana, sono equilibri sottili che danno vita al buono alimentare , nel senso del buono che fa bene; e il “far bene”, per un cibo e per chi se ne ciba, non è una cosa soggettiva. E’ quasi sempre verificabile. Quindi educazione al gusto, allenamento dei sensi, ricerca,credo siano le basi per mantenere il nostro patrimonio immenso di saperi e sapori italiani.