
Anche questa volta, durante una piacevolissima gita tra le ville venete, la guida Slow Food non ci ha tradito e quando è venuta l’ora di pranzo di una fredda ma assolata domenica in cui ci siamo sentiti tutti un po’ alpini passeggiando sul ponte di Bassano (dove sì, ci siamo dati la mano, proprio come recita la canzone) ci ha condotto alla Trattoria del Borgo, ristorantino defilato appena fuori dal centro storico.
Il locale è vecchio stile e piuttosto rustico: ricorda una di quelle osterie dove il tempo sembra essersi fermato a una cinquantina di anni fa. Gli indizi ci sono proprio tutti: le tovaglie a quadrettoni lunghe fino a terra e i piatti che appartengono alla tradizione, cucinati espressi, infatti per gustarli si deve attendere un po’. Nel frattempo potete prepararvi andando a lavarvi le mani, ma pensateci bene se, ad esempio, piove o tira vento, perché la toilette è esterna.
La nostra pazienza, come anche la vostra scommetto, sarà premiata. Il nostro trofeo ha le forme, il profumo e il sapore inebriante di un antipasto a base di lardo con crostini e paté di fegato di vitella che ci dividiamo familiarmente.
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Un po’ osteria, un po’ ristorantino: comunque la vogliate definire La Colonnetta è davvero una piccola, anzi, piccolissima perla di gusto nel centro storico di quell’altra perla del Veneto che è Treviso, per nulla intimorita dalle vicine bellezze ingombranti di Venezia e, un po’ più in là, Verona, che comunque visiteremo nelle prossime settimane.
Tornando al nostro localino (potremmo effettivamente chiamarlo anche così), l’etichetta che più gli calza è quella che gli hanno dato i suoi inventori: ‘chicchetteria’, perché tutto quello che si gusta, o meglio, si degusta, qui, è chic, oltre a essere buonissimo.
Lo è, tanto per cominciare, il piatto di polenta bianca (tipica di queste zone) servita tiepida con baccalà mantecato in un connubio di sapori fusi insieme talmente bene da non capire più dove finisce la polenta e dove inizia il baccalà, anche perché tutto si scioglie armoniosamente in bocca.
Non so se questa ricetta sia proprio quella tipica alla vicentina (anzi, se lo sapete ditemelo voi), ma certamente è molto diffusa in Veneto dove a tavola il baccalà è molto comune. In genere, così mantecato viene accompagnato da bruschette di pane o, ancora più spesso (e più tipico) da crostini di polenta bianca. Una prelibatezza.
Cosa vi occorre per 4 persone: 700 g di stoccafisso già ammollato, 1 manciata di foglie di prezzemolo, 1 spicchio d’aglio, olio, sale e pepe q.b.
Come si prepara: mettete lo stoccafisso in casseruola coperto di acqua fredda e portate a ebollizione a fuoco basso. Salate, schiumate e fate sobbollire per 20 minuti e una volta spento il fuoco lasciatelo comunque nella pentola per altri 20 minuti. Scolate il pesce, spellatelo e privatelo delle lische, quindi sbriciolatene la polpa e pestatela aggiungendo olio fino a ottenere un composto spumoso, quindi aggiustate di sale e pepe, aggiungete il prezzemolo e l’aglio tritati e servite.
Foto | Flickr
Come scrivevo un paio di settimane fa, pare che i segreti della cucina veneta, e ancor di più di quella trevigiana doc, siano ben racchiusi nelle mani degli chef che esercitano fuori città, in particolare nel Montello, sulle colline, luoghi in cui si respira ancora la storia della Grande Guerra e in cui risuonano i gorgoglii del Piave, poco lontano.
Ma dal momento che ogni appuntamento, anche quelli più culturali, non può non essere coronato dalla ristorazione di pance e palati, ecco che, non senza fatica, approcciamo ‘Sbeghen’, ristorante molto bello e molto gettonato dai veneti che la domenica amano pranzare fuoti porta. Ampie sale riscaldate da caminetti, colori caldi, luci avvolgenti e arredi rustici per un casale di campagna molto consigliato per chi ha figli: c’è, infatti, una sala giochi dove potranno ’sfogarsi’, oltre all’immenso parco circostante.
Al tepore della fiamma assaggiamo un antipasto speciale: millefoglie di chiodini che annuncerà un pasto quasi interamente alla scoperta dei funghi, prodotti di questa stagione ancora autunnale. Unica eccezione, i ravioli di grano saraceno con cavolo bianco e speck, sublime incontro di sapori miscelati ad arte. Indimenticabili e, ahimé, irriproducibili. Poi tagliatelle ai porcini, e, per secondo, ancora funghi porcini alla piastra serviti con brie e verdure miste, ma c’è chi preferisce un semplice galletto con le patatine fritte. Il prezzo è di quelli che si possono trovare solo fuori città: 25 euro a testa.
Sbeghen
Via S. Martino, 10 – Presa 12
Volpago dal Montello (Treviso)
Tel 042323570
Chiusura lunedì e martedì
www.sbeghen.it
Foto | Sbeghen.it
Gli autoctoni dicono che è ormai praticamente impossibile trovare una trattoria tipica di piatti veneti e soprattutto trevigiani doc all’interno delle mura della città e che per gustare di nuovo gli antichi sapori tocca fare una gita in montagna… ma Toni del Spin è un’eccezione, di quelle aperte anche a pranzo e perfino il sabato. Segnalata in tutte le migliori guide mangereccie, non perché unica superstite della zona, ma perché vale, ci siamo chiesti cosa significasse in dialetto questo nome: siamo riusciti a scoprire soltanto che ‘spin’ indicava la lisca del baccalà, da sempre il piatto tipico di questo locale dove mi è sembrato, tuttavia, che molti andassero di fretta, compreso il personale di servizio.
Se si è venuti qua, come noi, con l’intenzione di assaggiare piatti tipici, fatevi coraggio e prendete la ‘sopa coada’, la zuppa di piccione, con tanto di bel tocco di carne dentro. Un po’ grassa ma buona. Immaginavamo più saporita, invece, la zuppa di carciofi, mentre favolosi sono risultati gli gnocchetti con impasto di patate e zucca e conditi con filetti di ricotta dura. Uno di quei piatti semplici e speciali.
Sul secondo mi butto anch’io sul grande protagonista della cucina di Treviso: il radicchio, qui opportunamente stufato per i bocconcini vitello serviti con un trancio di polenta. Originale, anche se credo assai lontana dalla tipicità della zona, la sopressata con verdure e polenta. La chiusura del pasto è talmente sublime da farci dimenticare tutto: il freddo di fuori, ma anche la richiesta del caffè per non ‘rovinarsi la bocca’: parlo di un’incredibile crema di mascarpone con biscottini. Dopo un pasto così, vi avverto, farete fatica ad alzarvi dalla sedia!
Trattoria Toni del Spin
Via Inferiore, 7 – Treviso
Tel 0422543829
Chiuso domenica e lunedì a pranzo
www.ristorantetonidelspin.com
Foto | Ristorantetonidelspin.com
Il friularo è un vitigno poco conosciuto, parente stretto del Raboso, probabilmente un clone originatosi naturalmente. Siamo in Veneto in una doc piccolissima ma molto attiva: quella di bagnoli. Il consorzio vini doc bagnoli è promotore di una bella iniziativa che serve a far conoscere questo vino, vinificato secco, dolce e spumantizzato, ed il territorio da cui proviene, al pubblico in un evento di 2 giorni dal ricco programma.
La manifestazione si svolgerà il 14 e 15 Novembre presso il dominio di Bagnoli, piazza Marconi 63, Bagnoli di sopra, Padova. L’ingresso è di 5,00 euro e per qualsiasi informazione potete telefonare al numero 049 5380008.
La manifestazione prevede musica blues e jazz, dibattiti sulla storia del vino e del territorio, pigiatura collettiva con i piedi a suon di musica, degustazione e vendita dei vini di Bagnoli, vin brulè, castagne ed altro ancora.
Foto | C. Bagnoli
Fornelli in preriscaldamento a Venezia, per i maestri della nazionale italiana cuochi, delle squadre regionali e dei singoli campioni del nostro Paese che parteciperanno alle prossime Olimpiadi dell’arte culinaria in programma a Erfurt, in Germania, dal 19 al 22 ottobre: evento che si ripete puntualmente ogni quattro anni dal 1900.
Quest’anno è stata la città lagunare, l’Hotel Danieli, il Caffè Florian e piazza San Marco a fare da cornice alla presentazione della presenza italiana alla competizione internazionale di cucina: scelta tutt’altro che casuale, perchè proprio per iniziativa della Regione e dell’Unione Cuochi del Veneto, con il supporto del ministero delle Politiche agricole, il nostro Paese non lascerà soli i valenti atleti a caccia di medaglie nelle disparate specialità culinarie, ma li accompagnerà, allestendo una sorta di “Casa Italia” del gusto nostrano.
“I prodotti di qualità, i vini, la cucina di tradizione – hanno detto alla presentazione – sono uno dei più straordinari veicoli di promozione del territorio. Noi ci crediamo, e andiamo per questo con i nostri cuochi in Germania”. Alle Olimpiadi dell’arte culinaria 2008, l’Italia sarà presente con 13 team regionali, due team nazionali e 180 partecipanti singoli. All’insegna della buona tavola.
Solo a leggere i titoli viene già da leccarsi i baffi: la Newton Compton sta per sfornare (è proprio il caso di dirlo) tre nuovi libri di ricette regionali, che spazieranno da Napoli alle Dolomiti fino a un viaggio nell’intero Veneto del gusto e saranno in libreria dal 15 novembre.
Partiamo dal capoluogo campano: la giornalista enogastronomica Jeanne Caròla Francesconi ha preparato la versione aggiornata di ‘La cucina napoletana’ (prefazione di Luca De Filippo): oltre 200 nuove ricette, riferimenti storici, consigli culinari in un panorama di sapori che va dai piatti poveri alle pietanze di lusso. Un modo per ufficializzare quelle ricette che si sono sempre tramandate oralmente nelle case della città.
Burro di malga, speck e funghi di bosco sono i protagonisti di ‘La cucina delle Dolomiti’, opera dell’ampezzano doc Dino Dibona, accreditato Scrittore di Montagna. Un tuffo in una delle cucine povere per eccellenza, ma solo in fatto di semplicità, genuinità e rapidità d’esecuzione, non certo quanto a sapore.
‘La cucina del Veneto’ dell’esperta gastronoma Emilia Valli, invece, amplia gli orizzonti a quelli che sono i quattro pilastri della regione: polenta, baccalà, riso e fagioli. Si va dai piatti a base di pesce e crostacei della costa alle carni bovine e suine di pianura e colline fino ai formaggi dell’incantevole montagna. E ancora: i risotti carnevaleschi di Venezia, gli gnocchi eleganti di Verona, i sapori robusti di Belluno e la varietà della cucina di Treviso, dal radicchio in poi.
Tre ottime idee per i regali di Natale.
Quante volte avete sentito l’espressione “brodo di giuggiole”?
Tantissime, certamente. Io, pur avendo ben chiaro il significato, e cioè andare in visibilio per qualcosa, non avevo assolutamente idea della ‘cosa’ cui facesse riferimento la metafora.
Leggendo su Gusto un post sui frutti dimenticati ho scoperto che le giuggiole sono un frutto, così ho fatto qualche ricerca e ho scoperto che si tratta del ‘prodotto’ della pianta nota come giuggiolo, importata dai Romani dalla lontana Siria e nota nell’antichità col nome di zyzyphum, da cui zizzola, termine ancora diffuso nel Veneto.
Sì perché è proprio intorno al borgo di Arquà Petrarca che questi alberi si trovano ancora nei giardini pubblici e privati e i loro frutti, simili a olive alla vista e ai datteri nel gusto, vengono utilizzati per preparare conserve o, più spesso, un vino dolcissimo (il brodo di giuggiole, appunto) secondo l’antica ricetta di Egizi e Fenici.
In breve: si fanno appassire le giuggiole mature, si snocciolano, si cuociono in un tegame assieme a mele cotogne, uva bianca, zucchero e scorza di limone e si fanno bollire finché il tutto non diventerà una purea dolce. A questo punto si passa il composto al setaccio e si conserva il liquido chiuso in bottiglie in cantina