
La birra ormai non è più una sconosciuta per noi. Anche se non possiamo approfondire tutto, adesso abbiamo idea di quanto interessante è il suo mondo e quanto è variegato il panorama degli stili. Sappiamo anche come degustarla. Cosa ci resta? Naturalmente saperla servire, conservare e… abbinare.
Vediamo oggi come si serve una birra. Prima di tutto diffidiamo da chi ci dice che una birra va bene in qualsiasi bicchiere, anche di plastica. Ha senso questa affermazione sono nel caso in cui ci troviamo davanti ad un “tracannatore”, di quelli che anche la bottiglia va bene. Ma se vogliamo - come è giusto e va fatto - dare l’importanza che merita alla birra, allora dobbiamo prima di tutto procurarci il bicchiere giusto a seconda della tipologia. Birre con grande corpo e bagaglio aromatico hanno bisogno bicchieri più capienti e di apertura ampia e generosa, come i baloon del vino, le coppe. Scegliamo coppe, tulipani svasati, tulipani grandi. Così la birra avrà modo di toccare l’aria e faciliteremo l’ascensione dei profumi. Per le birre meno complesse, procuriamoci bicchiere più piccoli, colonne, flute, boccali cilindrici, che ci aiuteranno a “tenere a bada” e ad indirizzare meglio in una sola direzione le sensazioni olfattive senza perderle subito.
Potrei qui elencare tutti i bicchieri che si abbinano ad uno stile, ma ci dilungheremmo a tal punto da dover dedicare almeno tre puntate di questa guida solo a questo argomento. Così, giusto per darvi un’indicazione di massima, vi faccio qualche esempio:
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Tutti conoscerete il Barolo Chinato come vino da meditazione, come degno compagno del cioccolato o magari, come si usava all’inizio del secolo scorso, come medicinale. Bevuto caldo aveva le stesse indicazioni terapeutiche anti influenzali e corroboranti del vin brulè. Io però vorrei parlarvi di un Barolo Chinato in particolare, quello prodotto con amorevole cura da Teobaldo Cappellano.
Questo vino, di cui custodisco gelosamente una bottiglia, mi ha fatto emozionare come poche volte mi è successo. Il suo gusto é pieno e deciso, eppure conserva una delicatezza di aromi straordinaria. Mentre si degusta i sensi vengono intimamente coinvolti. Rispecchia a pieno l’animo forte e deciso, ma estremamente gentile e schietto del suo produttore e di una terra rispettata. Frutto di una ricetta familiare ed una filosofia di pensiero ben precisa, é sempre stato prodotto in quantità non elevate.
Vignaiolo/intellettuale, anima del gruppo dei vini veri, quei vini cioè fatti secondo natura che memori del passato si guardano bene dalle facili ammaliazioni della chimica, ci ha regalato dei prodotti straordinari, dei veri viaggi sensoriali attraverso i quali possiamo comprendere cosa può scaturire dall’amore reciproco tra l’ uomo e la terra. Ringrazio il suo produttore per averci lasciato in eredità il ricordo dell’emozioni provate durante gli assaggi dei suoi vini veri e di un’etica consapevole del buon bere e coltivare.
Signori e signori, iniziamo la settimana con “La Birra”. Tutto in maiuscolo perché, seppur i gusti ed i giudizi siano sempre e giustamente personali, quella di cui vorrei parlarvi oggi è - direi a giusta ragione - considerata la miglior birra del mondo. Sto parlando della birra Westvleteren, una trappista prodotta dal 1839 dai padri dell’abbazia di Saint Sixtus, nell’omonimo paese ad occidente occidentale delle Fiandre, in Belgio.
Ho avuto modo di degustare questa birra in un Laboratorio del Salone del Gusto con l’introduzione del massimo esperto di Trappiste, Jef Van den Steen, e vi assicuro che mi ha lasciata positivamente sorpresa, tanto da concordare con chi (il sito Ratebeer) la definisce la miglior birra del mondo nella sua versione 12.
Le Westvleteren sono le più scure, le più dolci e le più maltate delle birre trappista, con sentori di luppolo da far perdere la testa ai beerlover. La 12 in particolare, che ho degustato dopo una 8 ed una 6, è una birra da meditazione di color ambra scuro, doppio malto con rifermentazione in bottiglia, schiuma compatta e cremosa, un aroma meraviglioso di frutta e caramellato per una gradazione di 11,2%, riconoscibile nell’imbottigliamento (rigorosamente senza etichetta) dal “tappo giallo” che riporta il simbolo dell’abbazia.
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I puristi l’hanno presa molto male, ma il decreto del ministero delle Politiche agricole parla chiaro: ora è possibile confezionare i vini Doc in tetrapack o ‘bag in box’ (sacche d’alluminio o plastica).
Il provvedimento è stato preso in vista della penetrazione del made in Italy nei mercati del nord Europa, dove questi tipi di contenitori sono molto apprezzati, ma al tempo stesso sono state fissate norme molto rigide sulle condizioni di utilizzo di queste confezioni. La decisione, a detta del governo, servirà anche ad avvicinarci al nostro rivale di sempre, la Francia, che già da tempo utilizza tetrapack & Co.
Se nessuno ha avanzato dubbi su eventuali rischi per la salute e la genuinità del vino in cartone e simili, molti pareri si sono levati in difesa della tradizionale bottiglia di vetro: oltre alla voce di Assoenologi, secondo cui in nord Europa il tipo di contenitore è assolutamente ininfluente, semmai le difficoltà sono altre, delusione è stata espressa anche dal curatore della Guida ai vini d’Italia di Slow Food, Gigi Piumatti. Soddisfatta, invece, Fedagri, madre del Tavernello: lei il vino in cartone lo fa dal 1983!
Foto / Flickr
I collezionisti di bottigliette, rigorosamente di vetro, di Coca Cola ma anche di Pepsi possono dormire sonni tranquilli: presto la loro prestigiosa collezione si arricchirà di nuovi prestigiosi pezzi! La Coca Cola company, infatti, ha appena lanciato una nuova bottiglia di Coke e Diet Coke da 16 once (0,47 litri) al prezzo speciale di 99 cent, da sperimentare in 1700 punti vendita tra Virginia e North Carolina.
La decisione è stata presa in seguito al calo di vendite pari al 4,8 registrato in Usa negli ultimi tre mesi per la bottiglietta classica da 20 once (0,6 litri) campione d’incassi nel 1993, ormai non più rispondente a una domanda di mercato sempre più tendente al salutismo. Insieme alla piccolina, la sperimentazione riguarderà anche un formato grande da 24 once (0,70 litri) per le famiglie, venduta al conveniente prezzo di 1,49 dollari. Per gli amanti della latta, invece, è in arrivo una nuova lattina da 16 once a 99 pence, che segue il motto “un grande prezzo per tempi difficili”. Ultima novità è la “contour”, una speciale bottiglia che si dice ispirata alle curve dell’attrice Mae West, prototipo del 1915 realizzata solo dall’anno successivo e che ora tornerà, prima in vetro, poi in plastica.
Ma la Pepsi certo non sta a guardare: per la ricorrenza del Memorial day (che quest’anno cade il 26 maggio), ha in serbo due nuovi formati di bottigliette, da 12 e 16 once (entrambe sperimentate in Virginia) in vendita a 99 cent. In Italia non si sa quando e se questi cambiamenti arriveranno perché, come ricordano al quartier generale di Coca Cola company a Milano, “non sempre quello che va bene per il mercato americano va altrettanto bene per quello europeo”.
Quello di cui parliamo oggi è un argomento che mi tocca da vicino: il consumo dell’acqua. Già, perché mentre sto cercando di ‘disintossicarmi’ dalla dipendenza da acqua minerale in bottiglia e mi sono convertita quasi integralmente a quella che sgorga dal rubinetto, scopro che l’Italia detiene il record mondiale di consumo di acqua in bottiglia: una media di mezzo litro a persona al giorno.
In pratica: ognuno di noi pare beva 194 litri di acqua imbottigliata all’anno (nel 1985, poco più di 20 anni fa, erano solo 65 a testa). Tutto questo, in altri termini significa circa sei miliardi di bottiglie di plastica gettate via di cui soltanto un terzo viene effettivamente riciclato (i dati, stavolta, sono del 2006) per un totale di 480mila tonnellate di petrolio impiegate e 624mila di anidride carbonica emesse nell’aria.
Davvero dati impressionanti, una crescita esponenziale dovuta alle denunce d’inquinamento delle falde acquifere e alle scoperte di discariche abusive fatte negli anni Ottanta, che hanno fatto fare all’acqua minerale in bottiglia il ‘salto di qualità’, da semplice preferenza di gusto a vero e proprio bisogno indotto. Tutto questo e molto altro lo potete trovare nell’illuminante rapporto ‘Un Paese in bottiglia’ presentato da Legambiente il 22 marzo scorso in occasione della Giornata mondiale dell’acqua.
Si chiama così in gergo, per distinguerla dalla più ‘elegante’ minerale in bottiglia, l’acqua che sgorga dai rubinetti delle nostre case dove viene trasportata dagli acquedotti comunali. Che la differenza tra le due sia pressoché nulla, in termini di controlli igienico-sanitari, lo dimostra il fatto che sempre più amministrazioni comunali, ultima Torino solo in ordine cronologico, la adottino nelle mense scolastiche al posto delle bottigliette plastica.
Una scelta non motivata da questioni economiche, assicurano a Torino, ma di risparmio, almeno per l’ambiente, di certo si tratta: sia perché non ci saranno più i ‘fondi’ di bottiglia sprecati, sia per la minore quantità di rifiuti di plastica da smaltire (che con i tempi che corrono non è cosa di poco conto). Quanto al gusto personale, beh, quello è un’altra cosa: pare che in Usa l’acqua non venga considerata buona senza uno spiccato sapore di cloro, il principale nemico dei palati italiani, tanto che nel Belpaese, al contrario, i livelli vengono tenuti al minimo. Se siete particolarmente sensibili, comunque, per ovviare a tutto ciò vi basterà lasciar decantare l’acqua per una mezz’ora.
Tornando a Torino, l’acqua dell’acquedotto comunale nel corso di questo mese sarà utilizzata negli Stati Uniti dagli astronauti americani nello spazio: insomma, se ha l’approvazione della Nasa…
Acqua del rubinetto o acqua in bottiglia: la questione è annosa quasi quanto preferire i Beatles ai Rolling Stones, ma la realtà è che, insidiosa, dietro si nasconde una scelta ancor più radicale, quella tra acqua ‘liscia’ e gassata.
Il discorso è stato portato sotto i riflettori dal Comune di Milano dove alcuni consiglieri lo scorso settembre hanno proposto di dotare le fontanelle di acqua frizzante, ma anche Roma e Firenze discutono da tempo sulla questione, promuovendo, di fatto, ‘l’acqua del sindaco’, che nella capitale è addirittura certificata come ottima.
La tendenza al recupero della bevuta dal rubinetto, manco a dirlo, affonda le radici nel mondo ambientalista made in Usa, ma anche da noi sta prendendo piede, sostenuta dagli esperti che affermano con sicurezza che non c’è alcuna differenza tra le due, almeno per chi è in salute.
In Italia, infatti, solo in alcune zone, pochissime, l’acqua comunale è sconsigliabile ai più, altrove è off limits solo per chi soffre di particolari patologie e non può assumere troppo calcare.
Restano da sciogliere due nodi: il sapore di cloro e l’essenza ‘friccicarella’. Per il primo si fa presto: basta far prendere aria all’acqua oppure scaldarla appena, per il secondo è più dura, oggi esistono filtri, ma il metodo più semplice rimane la polverina, occhio però perché è piena di sodio.