Oggi vi propongo un post un po’ diverso dal solito, ma che credo possa essere fonte di un’animata discussione. Leggevo oggi che quattro boss della camorra del clan Di Lauro, detenuti a Trapani, hanno cercato di corrompere una guardia carceraria per farsi portare in cella un menu di lusso.
I quattro camorristi dal palato fine pare abbiano chiesto aragoste, caviale, mozzarelle di bufala e babà (si sa, il richiamo della propria terra è sempre il più forte), ma, sfortuna loro, la guardia li ha denunciati al giudice e così dovranno continuare a nutrirsi con ‘il rancio’ cui sono sottoposti anche gli altri ospiti del carcere.
Ora, io mi chiedo, innanzitutto, una cosa: questi quattro ‘mariuoli’ (come direbbero loro), volevano gozzovigliare a spese dello Stato, cioè nostre? La notizia, poi, mi ha fatto venire in mente il cosiddetto ‘ultimo pasto del condannato a morte’: in Usa, in occasione dell’ultimo pranzo che il ‘dead man walking’ fa prima dell’esecuzione, gli viene data la possibilità di scegliere i suoi piatti preferiti. Immaginate per un attimo di trovarvi in questa situazione: cosa ordinereste?
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Mousse, gelati e zuccotti artigianali venduti nei migliori bar e ristoranti, ma anche delicate uova di quaglia con cui preparare ottime frittate: sono gli ultimi progetti gastronomici realizzati nel carcere di Opera, alle porte di Milano, per il reinserimento al lavoro dei detenuti.
Quanto mai ironici i nomi con cui sono stati battezzati: “Aiscrim… prigionieri del gusto” e “La fattoria di Al Cappone”. Il primo è un laboratorio di gelateria ricavato in uno spazio di 300 metri quadrati dotato di tre celle frigorifere e tini di conservazione; il secondo è un orto in cui vengono allevati i volatili proprio davanti a un’ala della casa di reclusione. In tutto vi sono impegnati circa 19 carcerati, dei “privilegiati” in qualche modo, che lavorano sei ore al giorno con regolare contratto e regolare stipendio, anche se a qualcuno, condannato all’ergastolo, l’aver imparato un mestiere non potrà servirgli fuori.
Il progetto ha il supporto della provincia di Milano, dell’azienda Jobinside e della onlus Il Due, il sostegno del provveditore lombardo dell’amministrazione penitenziaria, del garante dei diritti dei detenuti e del sindaco di Opera. La struttura carceraria è una delle più progredite nell’ambito del recupero sociale dei detenuti: ospita 1300 persone (per una capienza di oltre 1500) tra cui 200 ergastolani e 246 condannati per mafia; all’interno 450 persone sono impegnate nelle varie attività lavorative organizzate.
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Vi segnalo questa iniziativa sui generis arrivata alla sua seconda edizione: Cene Galeotte, cene preparate dai detenuti del carcere di Volterra con l’aiuto di chef veri e propri.
Le cene si avranno dal 18 aprile al 19 dicembre di quest’anno, una sera al mese tranne luglio. I detenuti impiegati come cuochi sono ventisette: non solo cucinano, ma curano anche l’atmosfera, apparecchiano, … I vini per l’occasione sono consigliati dai sommelier della Fisar.
Ma quale è il fine di questa iniziativa? L’intento è solidale: per mangiare alle cene galeotte bisogna prenotare in anticipo (costo 35 euro) e l’intero ricavato di ogni serata sarà devoluto alla campagna internazionale “Il Cuore si scioglie“.
Una campagna che dal 2000 cerca di realizzare scuole e centri di accoglienza, garantire cure mediche, creare opportunità di lavoro e promuovere l’adozione e l’affidamento a distanza dei bambini in otto paesi del Sud del mondo: Brasile, Burkina Faso, Camerun, Filippine, India, Libano, Palestina e Perù.