
All’inizio dei tempi vivevano nella terra incantata di Noçoquém due fratelli e la loro sorella Uniaì che era molto saggia e scaltra e sapeva provvedere ai fratelli perché conosceva alla perfezione tutte le piante e gli alberi del mondo, come lo splendido castagno che arrivava fino al cielo.
Uniaì non aveva marito e a quel tempo uomini e animali erano uguali, così tutti la volevano, ma riuscì a unirsi a lei solo il serpente che l’aveva corteggiata per giorni, lasciando dietro di sé un profumo soave. Quando i fratelli si accorsero che Uniaì aspettava un figlio, per paura che ella non provvedesse più a loro, cacciarono lei e il bambino.
Questo crebbe bello, sano e robusto, con le storie che la madre gli raccontava sulle terre di Noçoquém, gli animali, le piante, gli zii e il magnifico castagno. Il bambino aveva tanta voglia di mangiare i frutti di quell’albero, ma Uniaì gli rispondeva che non era possibile perché ormai la terra era degli zii che non volevano più vederla.

C’era una volta nella Cina degli imperatori una fanciulla, che dalla sua famiglia era stata promessa in sposa a un uomo molto anziano. La ragazza, per questo motivo, era tanto triste, ma un giorno ricevette il consiglio di un monaco buddista: preparare un infuso di ginkgo biloba e farlo bere al suo fidanzato. La donna lo fece e così il suo futuro marito improvvisamente ringiovanì, si sposarono e vissero felici e contenti.
Non credo che riesca proprio a fare miracoli, questa importantissima pianta utilizzata dalle popolazioni orientali (e non solo) come cura per la memoria, sperimentato quindi nella regressione dell’Alzheimer, ma anche contro le vertigini e le cefalee. Toccasana per le persone debilitate e per gli anziani, il ginkgo biloba è, di suo, un anziano: i botanici lo considerano una specie di fossile vivente, essendo comparso sulla Terra già 150 milioni di anni fa.
Oggi viene comunemente usato contro le emorroidi, i geloni, la fragilità capillare e le affezioni dell’orecchio. Antiossidante, tonificante, idratante e ristrutturante, è un ottimo alleato nella lotta ai radicali liberi che sono la principale causa dell’invecchiamento e non deve stupire, essendo il ginkgo, che i giapponesi considerano una sorta di pianta sacra, rimasto pressoché inalterato dal giurassico (quando ricopriva quasi tutta la superficie terrestre) a oggi.

Forse abbiamo scoperto i segreto afrodisiaco degli Inca: la maca, questa pianta semimiracolosa che pare sia una specie di bomba della fertilità. Trattasi di un tubero che cresce spontaneamente solo nella regione andina, tra l’altro in condizioni pressoché impossibili per qualunque altro vegetale, come terreni poverissimi, luce solare intensissima e, come se non bastasse, temperature polari e venti esagerati.
Eppure, questo piccolo arbusto dai fiori grigiastri o giallini nasconde nella terra un tesoro prezioso: una radice rotonda che date le sue proprietà toniche e rivitalizzanti è soprannominata ‘il ginseng del Perù’, anche se con questo non ha nulla a che fare.
Ricca di vitamine, proteine zuccheri e sali minerali, già le civiltà precolombiane la usavano come ‘rancio’ dei soldati cui veniva somministrata nel vino dopo essere stata ridotta in farina, ma essendo considerato un cibo divino, il suo consumo era riservato solo ad essi e ai sacerdoti.

Cina, anno mille d.C, dinastia Chou. La soia è considerata uno dei 5 ‘grani sacri’ assieme a orzo, miglio, riso e frumento, però, come dimostra anche il pittogramma usato per indicarla, non viene utilizzata come alimento. Per questo bisognerà aspettare ancora un po’, prima che questa pianta dai baccelli ‘pelosi’ si diffonda, dapprima in Cina, Giappone, Indonesia, poi in tutto l’Oriente e infine nel mondo, come un cibo versatile e dai molti impieghi.
I primi che vennero ‘scoperti’ come il tempeh, il natto, il miso o la salsa di soia derivano dalla fermentazione della soia stessa, mentre dal II secolo si cominciò a produrre il tofu, ricavato da una purea di soia cotta unita al solfato di calcio o di magnesio, dal quale si otteneva una sorta di caglio bianco e liscio.
Oggi quella che comunemente mangiamo sulle nostre tavole è la soia gialla, la varietà di questa pianta erbacea della famiglia delle leguminose, più commercializzata ed esportata, mentre la soia nera è consumata ‘in loco’ dalle popolazioni orientali. Vengono chiamate soia anche altre due qualità, la rossa e la verde, che in realtà sono fagioli del tipo azuki e mung.

C’era una volta un villaggio cinese nella provincia di Shensi, chiamato Shantang. Qui, la notte, il riposo degli abitanti era impedito da uno strano lamento, lungo e continuo, di cui tutti ignoravano la provenienza. Una volta, i cittadini decisero di riunirsi in spedizione e di scoprire l’origine di questi versi; cercando cercando, trovarono sotto un immenso masso, una strana radice dalla forma umana che gridava per attirare l’attenzione. Era la radice del ginseng, dal termine ‘resheng’ che significa, appunto, uomo.
Secondo un’altra leggenda, invece, questa fu scoperta in sogno, ma fu sempre lei ad attrarre e avvicinarsi all’uomo, non viceversa. Questi miti dimostrano quanto antico sia l’uso del ginseng nella medicina tradizionale cinese, in cui viene citato già nel I secolo d.C., al tempo della dinastia Han, in un prezioso trattato di farmacopea giunto fino a noi.
Già allora, infatti, si sapeva che questa radice (che tra l’altro offre un fiore bellissimo come vedete in foto) è ottima contro l’invecchiamento e i disturbi gastrointestinali e ha proprietà rivitalizzanti, toniche e addirittura afrodisiache. Data la sua rarità, non deve stupire che in suo nome, o meglio, per il suo possesso, sono state combattute diverse guerre e, da chi lo possedeva, era venduto a peso d’oro.

Ci è piaciuto spesso iniziare, dove possibile, questi nostri appuntamenti con la conoscenza delle erbe in cucina, con storie e favole che ci introducono in un’atmosfera magica, incantata. Oggi, dal momento che parliamo di alghe marine, vi raccontiamo una leggenda metropolitana emblematica dei pregiudizi che da troppo tempo accompagnano l’impiego delle cosiddette ‘verdure di mare’ nell’alimentazione.
La diffusione di questo mito risale al periodo dell’ ‘invasione’ delle nostre città operato qualche anno fa dai ristoranti giapponesi: i più attaccati alla cucina nostrana non riuscivano a credere che il sushi fosse avvolto e tenuto insieme da un’alga (per la cronaca, del tipo nori), e si cominciò a dire che in realtà erano le lingue, piatte e verdi, che cadevano ai clienti il giorno dopo aver pasteggiato alla maniera nipponica.
Scherzi a parte, le alghe effettivamente hanno fatto il loro ingresso nelle nostre fauci grazie alla globalizzazione e alla moda esterofila nel mangiare, ma a onor del vero i giapponesi, che pur ne detengono il primato, consumandone 300mila tonnellate l’anno, non sono gli unici che ne fanno gran uso: in Scozia e in Norvegia, ad esempio, si prepara il prelibato pane d’alghe, mentre nelle cittadine costiere del Galles non è insolito trovarle vendute nei mercatini del pesce.

Pianta dell’immortalità per gli antichi Egizi, Giglio del deserto per gli Arabi, Guaritrice silenziosa per gli indù, Rimedio armonioso per i Cinesi e Fonte della giovinezza per la tribù indiana dei Seminole, residente nel territorio della Florida: per noi è ‘solo’ l’aloe vera, una pianta molto benefica che nello spazio e nel tempo è stata spesso considerata la panacea di tutti i mali.
Anzi, molto di più perché le civiltà antiche addirittura la adoravano come fosse una divinità, sperimentate le sue proprietà guaritrici. In effetti gli Egizi la utilizzavano nel processo di mummificazione, ma si racconta che fosse il segreto di bellezza di regine avvenenti quali Nefertiti e Cleopatra che facevano il bagno nell’aloe sciolta nel latte di capra.
Il re Salomone, affascinato dalle qualità rinfrescanti dell’aloe, pare la coltivasse personalmente e intorno al 500 a.C. circa il centro della coltura di aloe divenne l’isola di Socotra nell’Oceano Indiano, poi conquistata (si dice proprio per questo) da Alessandro Magno, le cui truppe erano curate a furia di massaggi a base di gel di aloe che ne cicatrizzava velocemente anche le ferite.

C’era una volta, tanto tempo fa, la ninfa Filira, figlia di Oceano, che viveva nell’omonima isola del Ponto Eusino. La sua avvenenza e la sua femminilità fecero impazzire i sensi di Crono che si unì a lei, ma fu scoperto dalla moglie Rea e costretto ad allontanarsi via al galoppo dopo essersi trasformato in cavallo per non farsi riconoscere.
Nove mesi dopo la ninfa partorì il figlio di quella unione, ma era mezzo uomo e mezzo cavallo e la madre se ne vergognava molto, così chiese agli dei di essere trasformata in albero. Accontentata, divenne un magnifico tiglio che da sempre per i Greci è l’emblema della sensualità, e quindi sacro ad Afrodite.
Una volta cresciuto, il figlio divenne un famoso guaritore, avendo ereditato le proprietà taumaturgiche dell’albero in cui la madre si era fatta tramutare, specialmente quelle ipnotiche e calmanti: infatti il figlio era particolarmente abile nella cura dell’insonnia e delle crisi nervose.

Il suo inconfondibile profumo di limone non rende la citronella solo un ottimo strumento con il quale tenere lontane indesiderate presenze come le zanzare, ma anche un utile aroma naturale con il quale insaporire praticamente ogni cibo o bevanda.
Essendo una pianta di origine tropicale, non stupisce che i primi a farne gran uso nelle proprie tradizioni culinarie siano stati i popoli dell’estremo Oriente che ne conoscono diverse varietà: attenzione, però, a non confondere le specie più comuni con la ‘citronella di Java’ che, sebbene ricca di oli essenziali, ha un sapore piuttosto sgradevole che la rende inadatta ai fornelli.
Tra Vietnam, Indonesia e Laos, quindi, non sarà raro assaggiare zuppe di crostacei e citronella, pollo aromatizzato con citronella e altre spezie, purea di litchi e citronella, pesce ai profumi di citronella e peperoncino verde…

C’era una volta un paese oppresso da un’epidemia di peste, in cui gli abitanti morivano a decine. La popolazione pregava intensamente il Signore finché un giorno apparve l’arcangelo Raffaele (il medico di Dio) e indicò loro un’erba che li avrebbe guariti: quell’erba era l’erba angelica, o erba degli angeli…
Sarà per questa leggenda a sfondo religioso che nel Medioevo a fare largo uso di quest’erba, che allora si chiamava ancora ‘arcangelica’ o addirittura ‘erba dello Spirito Santo’, erano i monaci Benedettini che la adoperavano per i medicamenti e pure in cucina. In particolare preparavano un liquore famoso con il nome di Chartreuse, ma l’angelica è anche tra gli ingredienti di Vermouth e Cointreau.
L’angelica, dal profumo dolce come il miele (non di rado la pianta, infatti, è preda delle api), era però conosciuta anche nell’Antica Roma, dove veniva bruciata insieme con altri ciuffi di erbe aromatiche quali la melissa, il rosmarino e l’alloro, in tutte le stanze della casa per liberarle dagli spiriti maligni, oppure veniva fatta bollire nell’acqua in cui s’immergeva il bucato per il risciacquo.