Mi hanno sempre divertito i clichè con cui gli americani guardano al nostro paese. In particolare trovo esilaranti le strane evoluzioni e le bizzarre modifiche che hanno apportato alla nostra cucina.
D’altra parte non possiamo aspettarci che un italo americano, dopo 4/5 generazioni possa riproporre le ricette tradizionali che magari i suoi bisnonni avevano portato dall’Italia.
Vi segnalo un libro, recentemente pubblicato in Canada, che tratta l’argomento con un tocco di simpatica ironia, proponendo ricette, aneddoti e barzellette sul mondo della cucina e della mafia italo americana.
Il titolo è tutto un programma: “Dinner wit da Dons” – il rapporto tra la criminalità organizzata americana e la cucina italiana ; l’autore è un italo canadese e si chiama Olindo Romeo Chiocca.
Purtroppo il libro è stato pubblicato solo in inglese; chi fosse interessato ad una copia, può lasciare un recapito nei commenti.
Il gruppo di aziende dell’Italian Taste Academy ha l’obiettivo di promuovere nel mondo la cultura dell’Italian food e delle cotture italiane grazie alla collaborazione degli chef dell’Associazione Professionale Cuochi Italiani. Nel mese di aprile 2008 parte il progetto con sede a Shanghai presso Angelo Po Trading Shanghai, con un centro studi rivolto agli chef sia professionisti che in via di studio, e anche ai semplici appassionati della cucina italiana.
Dal 26 al 29 maggio 2008 si svolgerà la Settimana della Cucina Italiana . Durante la manifestazione i nostri cuochi si cimenteranno nella presentazione del made in Italy di fronte ai professionisti della ristorazione locale, attraverso dimostrazioni tecnico/pratiche di prodotti e arte culinaria.
La promozione del “Gusto italiano” verrà realizzata in collaborazione con i più prestigiosi produttori italiani di prodotti alimentari e di attrezzature per il settore culinario.
L’iniziativa è stata promossa dal Gruppo virtuale cuochi italiani (Gvci) e ha riscosso successo in 70 Paesi del mondo che vogliono evitare eventuali ‘taroccamenti’. Il simbolo? Non poteva essere più appropriato: gli spaghetti alla carbonara, piatto della migliore tradizione romanesca.
Sembra che nel mondo proliferino, a vario titolo, sedicenti ristoranti italiani: tremila nel solo Giappone, dieci nuove pizzerie al mese a Mumbai, in India, inquietanti scuole di cucina italiana tenute da chef cinesi e coreani vedono la luce rispettivamente a Shangai e Seoul. Il motivo? Risiede nella scienza: gli italiani vivono in media 83-84 anni e il segreto, secondo chi ci guarda dall’estero, deve stare nell’alimentazione.
Tutto ciò è certamente vero, ma anche noi abbiamo bisogno di tutelare la nostra tipicità, seppur le pallide imitazioni della cucina italiana in the world non ci preoccupino poi tanto. La principale ragione sono le materie prime (uniche e irriproducibili, spesso da regione a regione addirittura da città a città nel Belpaese), poi la cultura: in molti Paesi mangiare equivale a nutrirsi, da noi è ‘qualcosina’ di più, e non solo al ristorante, ma anche sulla tavola delle famiglie. Capito?
Chi gestisce o lavora in un ristorante frequentato da avventori americani, si ritroverà senza dubbio in Primo e Secondo, i due fratelli protagonisti del film che devono lottare ogni giorno con le stravaganti richieste dei loro clienti per far capire loro il vero modo di mangiare all’italiana…
La scena è tratta dal film “Big Night”, del 1996, di e con Stanley Tucci.
“Perché agli italiani piace parlare di cibo”? Se lo chiede e si risponde Elena Kostioukovitch, docente all’Università di Milano e traduttrice in russo dei testi di Umberto Eco, che con questo libro si aggiudica il Premio Bancarella Cucina 2007, appena disputato a Pontremoli.
Quali siano le sue preziose teorie è dato saperlo soltanto leggendo il libro, nel frattempo possiamo dire che l’ha spuntata con 20 voti superando ‘Sinfonia gastronomica – musica, eros e cucina’ di Roberto Iovino e Ileana Mattion (un rapporto, quello tra amore e cibo forse ormai un po’abusato nella letteratura di genere), ‘Il profumo delle tavole’ di Ulderico Bernardi, ‘Non è vero che tutto fa brodo’ di La Ditta e ‘La pasta è servita’ di Leila Mancuso Sorrentino.
Il punto di vista della Kostioukovitch è quello di una straniera trapiantata in Italia per lavoro, perciò l’opera è concepita come un viaggio alla scoperta dei sapori del nostro Paese da parte di un palato vergine, come spiegato dall’illustre prefazione di Umberto Eco.
Non rimane che augurare a tutti buona lettura!