
L’autore la sta promuovendo attraverso incontri e presentazioni nelle librerie e il periodo dell’anno, i primi freddi dell’autunno e la “maturazione” dei prodotti del bosco, la rendono di buona attualità. Si tratta dell’edizione 2009 del Mangiarozzo, la guida alle osterie e trattorie d’Italia, che valuta locali e cucine non facendo “una questione d’etichetta” ma “una questione di forchetta”.
Un volume di 800 pagine, al costo di 20 euro, che Carlo Cambi (fondatore de I viaggi di Repubblica e presidente della Strada del vino Terre di Arezzo) ha scritto per tre ragioni fondamentali: “fare cultura del cibo; riannodare le fila della tradizione gastronomica italiana concedendo un ruolo di primo piano ai cuochi e alle cuoche snobbati dalle guide paludate ed esaltando il legame tra sapori e agricoltura; offrire ai lettori una selezione di locali dove gustare l’autentica cucina di territorio spendendo il giusto”.
Le taverne sono state selezionate e recensite dal Mangiarozzo (che propone un viaggio in Italia attraverso i sapori ma anche un contributo alla cultura gastronomica) in base a criteri come la rilevanza della cucina di tradizione, la gestione a carattere familiare e la presentazione di un conto leggero. Nel libro non ci sono bicchieri, forchette o stelle e neppure altre classificazioni, dato che soltanto le osterie e le trattorie degne di nota hanno trovato spazio sulle sue pagine.
Un libro di gusto per trovare il pasto giusto nel posto giusto, spendendo il giusto.
Foto | Flickr
Gualtiero Marchesi è uno dei più noti chef italiani. In questo breve video che segue ci spiega ironicamente che avendo avuto una vita spericolata …a volte è bene fare delle ricette “spericolate”
Della serie: “Quando avrete questo sarete saziati!”
Quando ho letto questa notizia ho pensato: cavolo, il mondo si è proprio trasformato in pochi anni! Eh sì, secondo un sondaggio dell’Associazione donne e qualità della vita, i bambini di oggi non sognano di diventare supereroi, cowboy, o se vogliamo poliziotti, calciatori o astronauti (io volevo fare il detective, colpa della tv) bensì i cuochi.
Il campione statistico utilizzato era formato da 500 genitori con figli in età compresa fra i 6 e i 14 anni e il risultato, a quanto pare, non mente: il 55% da grande vorrebbe cucinare per professione, contro un misero 22% che vorrebbe giocare in serie A e un ancor peggio 15% che vorrebbe andare a zonzo tra le stelle. Ma se tutto questo era sfuggito a noi, non al marketing, che ha prodotto libri per piccoli Vissani o Marchesi in erba, e il videogioco Cooking Mama: una simulazione culinaria con 300 ingredienti a disposizione per realizzare 80 ricette internazionali (w l’etnico), è prodotto dalla 505 Games, distribuito da Digital Bros (un milione di copie vendute in Europa), già alla seconda versione per Nintendo Ds.
Ma non è finita qui: pare che nei migliori ristoranti di Parigi, Londra e Amsterdam esistano già corsi organizzati per minichef e addirittura in Olanda ci sia un locale, il Kinderkookkafe, gestito da cuochi bambini con la supervisione di cinque adulti, mentre in America l’arte di far da mangiare è già entrata nelle scuole con lezioni individuali e di gruppo e vacanze enogastronomiche. Mi viene in mente: ma qui da noi, dove si fa la cucina migliore del mondo, come sono messi i bambini?
L’iniziativa è stata promossa dal Gruppo virtuale cuochi italiani (Gvci) e ha riscosso successo in 70 Paesi del mondo che vogliono evitare eventuali ‘taroccamenti’. Il simbolo? Non poteva essere più appropriato: gli spaghetti alla carbonara, piatto della migliore tradizione romanesca.
Sembra che nel mondo proliferino, a vario titolo, sedicenti ristoranti italiani: tremila nel solo Giappone, dieci nuove pizzerie al mese a Mumbai, in India, inquietanti scuole di cucina italiana tenute da chef cinesi e coreani vedono la luce rispettivamente a Shangai e Seoul. Il motivo? Risiede nella scienza: gli italiani vivono in media 83-84 anni e il segreto, secondo chi ci guarda dall’estero, deve stare nell’alimentazione.
Tutto ciò è certamente vero, ma anche noi abbiamo bisogno di tutelare la nostra tipicità, seppur le pallide imitazioni della cucina italiana in the world non ci preoccupino poi tanto. La principale ragione sono le materie prime (uniche e irriproducibili, spesso da regione a regione addirittura da città a città nel Belpaese), poi la cultura: in molti Paesi mangiare equivale a nutrirsi, da noi è ‘qualcosina’ di più, e non solo al ristorante, ma anche sulla tavola delle famiglie. Capito?