
Tiriamo un po’ le somme di questo ventennale del Merano Wine Festival. Comincio col dire che quest’anno mi sono concentrata sulle degustazioni guidate per evitarmi i giorni di sabato e domenica, i quali sono i più frequentati. Bio&dinamica è stata interessante e non molto caotica, peccato che non si sia organizzata una conferenza, ma forse visto la defezione del relatore che poi non era presente la scorsa edizione, potrebbe esser stato meglio così.
Sabato e domenica si sono confermate a pieno le mie convinzioni inerenti l’affluenza, e credo abbiano superato le mie aspettative e quelle dell’organizzazione. Lunedì pensavo di starmene più tranquilla fra i banchi d’assaggio ed invece, il programma di apertura delle annate più vecchie ha fatto il suo dovere, trattenendo molti curiosi ed appassionati.
Per quel che riguarda le degustazioni guidate: interessantissima quella della cantina di Terlano sul Pinot bianco Vorberg di cui scriverò più avanti; qualche spunto interessante quella del Cervim lo ha avuto; poco interessante quella sul Riesling, non tanto per i produttori selezionati, quanto per la superficialità della degustazione stessa, dove si chiedeva ai degustatori di esprimere un giudizio sui vini in assaggio. Non c’è stato un approfondimento e svisceramento del tema che questa degustazione poteva tranquillamente affrontare in modo più particolareggiato. Magari la colpa sarà la mia, che credevo di uscirne con delle nozioni che prima non avevo, pensavo di capirne di più di zone vitivinicole dell’Austria.
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Il Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo e il Movimento Turismo del Vino Abruzzo sono i promotori di una grande degustazione a Roma inerente i vini e i vitigni autoctoni abruzzesi. L’evento si terrà nell’incantevole Chiostro del Bramante dalle ore 19 alle 23 in via Arco della Pace 5 il giorno 30 settembre.
In collegamento radiofonico anche gli immancabili Fede e Tinto della trasmissione decanter. Quarantacinque produttori saranno gratuitamente a vostra disposizione per farvi assaggiare i loro vini e darvi così un’ampia e particolareggiata panoramica della loro regione.
Regione che ha fatto passi da gigante negli ultimi anni, ma che soffre ancora per una cattiva reputazione legata ad un montepulciano dozzinale ed un trebbiano insipido. Vitigni entrambi che sanno regalare grandissime soddisfazioni anche ai palati più raffinati se opportunamente coltivati.
Nella deliziosa ed accogliente cornice di Set’ Spazio libreria in via Ciro Menotti 38-42, si è svolto, quel che possiamo definire più propriamente, un incontro che non una degustazione. Gli ingredienti sono semplici e pur non facilmente replicabili: un ottimo vino, l’ Etna rosso 200; un buon relatore, appassionato e, decisamente rimarchevole enologo di carattere, Salvo Foti; poche persone, non selezionate, che non si conoscevano tra di loro, ma che hanno approfittato dell’ingresso libero in questa libreria per poter ascoltare il racconto di una terra della quale si subisce inconsapevolmente il fascino.
Così venerdì pomeriggio è cominciato un viaggio alla scoperta di quell’Etna che non ho mai visto e di cui immagino ritmi e profumi, dai diversi racconti raccolti in giro. Testimonianze di lavoro duro, di fatica per la salvaguardia del territorio tanto ricco quanto aspro, dove l’uomo si è dovuto adeguare con intelligenza per ricavarne ciò che voleva.
É in questo luogo che il nerello mascalese ci dona dei vini eleganti, minerali e profumati, ed è sempre qui che, Salvo Foti, investe il suo tempo a formare artigiani capaci di provare l’attaccamento al territorio. Una dedizione naturale che di questi tempi è considerata una follia per le logiche di mercato, dove tutto è globalizzato e dove le persone sono dei numeri facilmente rimpiazzabili. Il tempo è denaro e non va sprecato nel tramandare un sapere antico che in qualche modo non valorizza la new economy, ma alla quale poi, si deve sempre tornare poichè sostenibile e giusta.


Abbiamo, quindi, imparato le cose fondamentali della birra. Adesso, sedendoci davanti ad un bicchiere di birra, sappiamo cosa contiene quello che ci stiamo per portare alla bocca… ma come facciamo a valutarlo? Prima di tutto, vi sconsiglio di pensare alla degustazione della birra come una cosa da sommelier dalle poetiche parole (e ve lo dice una degustatrice ufficiale AIS…), bensì come un piacere da ricordare. Fin’ora non esiste una vera ed ufficiale scheda di degustazione delle birre, ma molto utile e simpatica trovo quella di Unionbirrai, dove oltre i riconoscimenti organolettici, vi è una sezione dedicata al “momento della degustazione” dove poter segnare l’occasione di assaggio, la compagnia, le emozioni provate e lo stato d’animo.
In ogni caso per degustare una birra, bisogna assaporarla a piccoli sorsi e non tracannarla giù come fosse un bicchier d’acqua nel deserto. Esiste un bicchiere di degustazione studiato da Teo Musso (padre inventore di Baladin) e Lorenzo “Kuaska” Dabove (il più esperto degustatore attualmente in Europa), che prende il nome di Teku, e che può essere usato per tutti i tipi di birra, anche se ogni stile ha un bicchiere proprio, capace di esaltarne le caratteristiche.
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Si è concluso venerdì il grande evento sulla Borgogna vitivinicola. La degustazione riguardante i vini di Vougeot si è tenuta nell’omonimo castello che vedete nella foto. In generale, è stata una manifestazione ben organizzata, con navette veloci e puntuali. L’ unica grande pecca, anche in un’ottica turistica, è il mancato collegamento tra la stazione del treno di Auxerre e Chablis, che dista 20 km. Se vi dovesse capitare di andarci, le possibilità sono: l’autostop, il costoso taxi o l’ecologica bici, stagione permettendo.
Per quasi tutta la Borgogna, l’annata 2007 è considerata più minerale rispetto alla 2008, e da bere prima, al contrario, il millesimo 2008, è stato più ricco di polpa ed invecchierà meglio, poichè c’è stata una maturazione tardiva e la vendemmia è stata un po’ complicata, quindi cernita attenta degli acini. Sono tutti daccordo sulla 2005 come grande annata del decennio, ma ancora troppo giovane da bere ora. Per quel che riguarda il 2003 soprattutto per lo Chablis, grandi risultati inaspettati per alcuni grand cru, per tutte le altre denominazioni, pessima annata. Il 2009 è stato molto equilibrato, ci si aspetta grandi cose ma è ancora presto per parlare.
Ho trovato un po’ penalizzante per i vini stessi, portare in degustazione l’ultima annata, visto che quasi tutti i vini, eccezione fatta per l’aligotè, si esprimono al meglio dopo qualche anno di affinamento. Molti produttori, hanno portato i loro campioni di botte, poichè non avevano più il 2007 da far assaggiare. In conclusione direi che è una manifestazione molto interessante, che non solo offre una panoramica sull’intera Borgogna, anche spumantistica, ma permette una visione più approfondita della microzona, che qui, cambia di metro in metro.
Nel mio girovagare per degustazioni sono approdata ad un laboratorio franco-italiano, alla città dell’altra economia a Testaccio, Roma, dove a sposarsi mirabilmente erano il nostro Parmigiano regiano ed il francesissimo, Champagne. Devo dire che, come non mi aspettavo che alcuni cioccolati stessero bene con alcuni vini, la versatilità, che già conoscevo dello Champagne, non mi ha delusa, mentre il Parmigiano, mi ha fatto ricredere sulla sua semplicità, rivelandosi un formaggio da tutti i giorni, ma anche da grandi occasioni nelle stagionature più importanti.
Gli abbinamenti provati sono stati: - Parmigiano Reggiano di collina del 2005 con Champagne Blanc de Blancs. - Parmigiano Reggiano di collina 2001 con Champagne millesimati 2002 e 2004. Parmigiano Reggiano proveniente dal latte di mucca rosa, razza che produce un latte più grasso, intenso, ricco e più complesso, con Champagne Blanc de noirs.
Abbinamenti davvero riusciti! Direi che quando si ha proprio fretta e si ha gente a cena, basta avere un buon pezzo di parmigiano, meglio se non di pianura ed uno Champagne in fresco e l’aperitivo sarà tutt’altro che banale!
Dopo aver fatto un bel giro fra primi, secondi, antipasti e dolci del Medio Oriente, non potevamo non chiudere con un caffè arabo. Ovviamente non si tratta di un caffè espresso e veloce, anzi è adatto per la degustazione pomeridiana magari davanti a qualche biscottino.
Ecco cosa ci serve per questa bevanda: caffè in polvere, acqua, zucchero, cannella in polvere.
La ricetta sin da subito si sdoppia e ci troviamo davanti ad una scelta fra il dolce e il meno dolce. Infatti, dopo aver messo in un pentolino 4 tazzine di acqua, si può scegliere se zuccherare con 4 cucchiaini colmi, per preparare lo “hilweh” un caffè dolcissimo, altrimenti 4 cucchiaini rasi se si vuole preparare un “mazzboutah”, cioè un caffè semidolce. Dopo aver scelto il quantitativo di zucchero preferito, la ricetta continua uguale per i due tipi. Metter il pentolino sul fuoco e lasciare che il liquido raggiunga l’ebollizione. Farlo bollire piano per qualche istante; poi aggiungervi 4 cucchiaini colmi di caffè e uno di cannella in polvere. Riportare il liquido in ebollizione; quindi, non appena la schiuma si sarà sollevata fino all’orlo del pentolino, allontanare il recipiente dal fuoco. Ripetere questa operazione due volte; infine versare subito il caffè nelle ciotoline e lasciare depositare la polvere. Poi lo si potrà bere.
Vi consiglio di servire ogni tazza insieme ad un bicchiere di acqua ghiacciata. Ho sostitutito la cannella con il cardamono, e il risultato è stato ottimo.
Foto|Flickr
Mare e Birra. Matrimonio audace o abbinamento perfetto? La Puglia si sta ponendo la domanda già da un po’, considerando che ricca è la realtà delle birre artigianali e radicata è la cultura del cibo di mare, crudo soprattutto. Nel ricco panorama di birrifici artigianali pugliesi, due audaci birrai hanno già provato l’abbinamento, invitando appassionati e critici alla degustazione. Così, ecco che la birra nera “Arsa” del Birrificio Birranova fa coppia con il crudo misto di mare (ricci, molluschi e mitili); e l’acida “Claudette” del Birrificio Svevo si sposa perfettamente con le ostriche italiane e il salmone.
La prima birra, creata dal birraio Donato Di Palma (Birranova), è una European Dark Lager - Schwarzbier, con aromi di malto tostato (e poco luppolo), nero intenso con moderata persistenza di schiuma, sapore ricco, pieno, amaro avvolgente, con un lieve finale affumicato, che ha ben retto e affrontato la sapidità tipica dei frutti di mare (ripercorrendo la tradizione british della Guiness con le ostriche).
La seconda, la Claudette, è una birra acida nata da una ricetta del birraio Vito Lisco (Svevo), che unisce una base di 70% di Germana (blond ale) invecchiata 18 mesi in fusto e 3 mesi in legno, e 30% di una birra giovane di frumento. L’unione delle due porta alla nascita di una birra assai originale e interessante, di un grado alcolico di 5,5%. Di colore dorato tendente all’ocra, al naso presenta ricchi sentori terrosi, di cuoio, con un lungo finale di miele. Nel bicchiere ha un persistente e fine perlage che resta intenso e gradevole anche in bocca. Di corpo medio, ha una buona sapidità ed un’acidità contenuta, molto armonica grazie ai sentori di legno della birra barriquata ben corretti dall’aggiunta giovane. Abbinata ad un carpaccio di salmone fresco marinato e alle ostriche italiane, trova la sua perfetta collocazione in tavola.

Di birre al Salone del Gusto ve ne erano veramente molte. Un’intera “piazza” dedicata e tutti i padiglioni costellati da stand di produttori e rivenditori. Insomma, seguendo l’attuale gusto dei consumatori, che si sono ormai affezionati alla complessa bevanda (seppur, in verità, è considerata un alimento per il valore calorico dei lieviti e dei cereali), anche al Salone è stato grande lo spazio dedicato, tanto da farci un opuscolo che le raccoglieva tutte.
Uno dei momenti migliori, a parte il tour tra tutti i produttori - provenienti da Italia, USA, Germania, Belgio, Austria, Gran Bretagna, Cecoslovacchia - per un totale di circa 350 birre degustabili e acquistabili, è stata però la scoperta delle birre “estreme” con l’ormai noto Lorenzo “Kuaska” Dabove. “Ai confini della birra” questo il nome di uno dei laboratori, ha portato gli amanti della bevanda più antica a confrontarsi con sei birre veramente fuori dal normale:
La Panil Divina di Torrechiara, una birra definita da Kuaska “tra le migliori di Italia”, prodotta in Emilia Romagna in una sorta di lambic all’italiana. Fatta fermentare naturalmente “sul furgone di casa. Il mosto di birra con fiori di luppolo selvatico autoctono riposa per una notte intera sotto la luna per assimilare i lieviti” - come ha affermato il mastro birrario Renzo Losi - è una birra dai sentori unici, di un’acidità che non disturba come avviene per le lambic, e viene attenuata da una bocca che è estremamente agrumata e floreale, veramente fresca e piacevole, per una gradazione di 5,5%. Non certo una birra da bere al pub davanti alle patatine fritte, ma un piccolo gioiello da intenditori.
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Si è concluso da poco la seconda edizione dell’Utuber Fest (6/10-12/10), la festa delle birre piemontesi organizzata da Eataly Torino, versione nostrana del ben più noto Oktoberfest.
Quest’anno erano presenti 8 i birrifici piemontesi con in più due esteri (l’anno scorso erano 6), con una sola birra per produttore a serata, e per la precisione:
Baladin con Isaac (Blanche 5°) e Nora (Egizia 6,8°)
Lurisia con Lurisia 4 (birra alle rose 4,5°) e Lurisia 6 (Belgian Ale 5,2°)
Beba con la Gilda (Munich Dunkel 4,8°) e Molto Malto (Bock da 7,5°)
Montegioco con la Runa (Belgian Ale 4,8°)
Menabrea con la 150° anniv. (Lager Premium 4,5°)
Grado Plato con Nanorò (Speciale 5°), Sticher (Altbier 6,5°) e Spoon River (Belgian Ale 6,5°)
Troll con Palanfrina (Castagne 9°), Shangrila (speziata 8,5°) e Daù (Saison 3,9°)
Piazza dei Mestieri con Manet (Koelsch 5°) e Renoir (Bitter 5,5°)
L’organizzazione, già buona lo scorso anno, è ulteriormente migliorata, le birre proposte ottime ed il personale ben preparato e sempre attento nel guidare il consumatore verso la scelta più giusta.
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