Siamo in piena stagione delle acciughe, le si possono cucinare in tantissimi modi, uno di questi, tipico della Liguria, è al tegame, in dialetto si chiamano Ancioe a-o tiàn.
Ingredienti: una quindicina di acciughe fresche, due spicchi d’aglio, un mazzetto di prezzemolo, olio extravergine d’oliva, un limone e mezzo, sale q.b.
Procedimento: il passaggio più complicato e noioso di questo piatto è la pulitura delle acciughe, che devono essere private delle interiora, della lisca centrale e sciacquate sotto l’acqua corrente. Fatto questo adagiatele una sull’altra sopra una tazza rovesciata, di modo che scolino per bene tutta l’acqua.
Pulite le acciughe il più è fatto. Adesso riponetele in un tegame, o anche in una padella larga, mettete l’olio e poi il limone, dopo di che cospargetele con aglio e prezzemolo, precedentemente tritati molto finemente. Salate secondo il vostro gusto.
A questo punto accendete il fuoco, che deve rimanere basso. Coprite il tegame con un coperchio e lasciate cuocere 10-15 minuti. Volendo alla fine potete aggiungere anche una spolverata di origano. Buon Appetito!
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Innanzi tutto il produttore deve essere Italiano e le materie prime il più possibile italiane. Poi deve essere genuina, non deve contenere additivi chimici. Deve essere controllata per garantire la qualità più alta possibile, è un concetto importante. In fine artigianale e cruda, ovvero non pastorizzata, una regola imprescindibile dal prodotto birra artigianale. Questi sono i cinque punti che identificano una birra artigianale di qualità del Consorzio Birrai Italiani Riuniti (Consobir), come i cinque lati del pentagono che costituisce il logo del consorzio.
Il progetto è stato presentato in anteprima al Pianeta Birra 2008 a Rimini. Ideatore, nonché portavoce, la mente creativa che sta’ dietro il birrificio Le Baladin: Teo Musso.
Il consorzio si prefigge lo scopo di diventare la guida per il mondo birrario artigianale italiano e Teo, durante la conferenza ha elencando le necessità che hanno portato alla nascita di questo progetto.
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La maggiorana è simile all’origano, sia nell’aspetto che nel sapore, tanto che spesso in cucina le due spezie possono essere sostituite senza alterare troppo il risultato finale; mentre però l’origano è una pianta spontanea, la maggiorana è una varietà che prospera solo dove coltivata. Forse per questo motivo in Liguria viene chiamata anche “erba persa”, per sottolineare il rischio che scompaia nel momento in cui ne venga abbandonata la coltivazione…
La mitologia greca ci tramanda la leggenda dell’origine di questa pianta: fu Afrodite, la dea dell’amore, a coltivare per prima la maggiorana e ad attribuirle una fragranza. Proprio in quanto erba prediletta da Afrodite, le giovani greche credevano che, lasciando un ramoscello di maggiorana sotto il cuscino, avrebbero visto in sogno il volto del loro futuro marito.
D’altra parte anche in epoca moderna era uso presso diverse culture, porre dei rametti di maggiorana nel corredo delle ragazze: scopo pratico per profumare lenzuola e biancheria o eredità ancestrale?
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Il 20 e 21 ottobre ci sarà la sedicesima edizione della Festa dei frutti dimenticati.
Casola Valsenio è il paese di tutti quei frutti ed erbe che una volta venivano coltivati e selezionati per il consumo domestico o i mercati locali e che negli ultimi decenni han cominciato a scomparire. Le cause di tale scomparsa sono molteplici dall’abbandono dei piccoli giardini e orti comuni alla urbanizzazione.
In questo paese in provincia di Ravenna nocciole, sorbe, giuggiole, corniole, mele da rosa, pere volpine, azzeruole han trovato casa e il 20/21 ottobre potrete ammirar e assaggiare i frutti dimenticati.
Gli agricoltori della zona esporranno i frutti autunnali raccolti da vecchie piante sopravvissute o da nuove piante collocate dopo la ripresa di interesse verso questi prodotti.
Ritroverete l’atmosfera rurale di un tempo: ricostruzioni, costumi folkloristici, gruppi musicali e balli tradizionali faranno da contorno alle bancarelle e agli stand gastronomici.
Già nell’antica Roma la santoreggia era spesso scelta come ingrediente per insaporire le vivande: i romani amavano a tal punto il sapore speziato di questa pianta, simile a quello del timo ma più intenso e amarognolo, che la usavano in ogni piatto ed in particolar modo con la carne e i legumi.
I popoli germanici non consumavano mai fagioli senza prima insaporirli con le foglie di questa pianta, tanto che essa venne denominata “erba dei fagioli”. Addirittura i Sassoni ne diffusero l’utilizzo nella Britannia, dopo averla conquistata.
D’altra parte ancora oggi la santoreggia è molto diffusa in Inghilterra e non sarà un caso se in inglese il suo nome è savory che significa anche saporito.
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Un antico racconto narra di un marinaio che, afflitto dallo scorbuto, tanto da avere la bocca piena di piaghe, fu abbandonato su un’isola dai suoi compagni che temevano il contagio. Il marinaio, affamato e assetato, mangiò tutto il crescione che riuscì a trovare sull’isola e, non sapendo che stava assumendo la migliore medicina per combattere la sua malattia, guarì.
Questa pianta non solo ha alle spalle una ricca tradizione per le sue proprietà curative ma è anche stato utilizzato come rimedio contro la sete per l’alta quantità d’acqua che contiene.
Oggi viene utilizzata per rendere più saporite le frittate o come ingrediente di salse per la carne…io lo utilizzo per fare il risotto, aggiungendo aneto e scalogno…devo dire che viene fuori un piatto veramente delicato, saporito e dal profumo inconfondibile.
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La borragine venne portata in territorio d’Oltremanica dagli antichi Romani. Da allora questa pianta ha conosciuto un costante successo nella tradizione culinaria inglese. Non solo è molto apprezzata nelle insalate ma viene anche cotta al vapore e consumata con burro e succo di limone. Gli stessi fiori vengono mangiati crudi nell’insalata e da molti secoli sono utilizzati per aromatizzare l’aceto, al quale conferiscono una particolare colorazione celeste.
Senza dimenticare poi l’uso che se ne fa come aromatizzante di liquori: nel sud dell’Inghilterra, è possibile gustare il famoso cocktail Pimm’s Cup, a base di Pimm’s No.1, una specie di gin, e foglie di borragine.
L’ho provato in un pub della Cornovaglia, vicino Land’s End e devo dire che mi ha abbastanza disgustato…sembrava un centrifugato di cetrioli con aggiunta di alcol…senza dubbio meglio aggiungere la borragine all’insalata.
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La curiosità più interessante di questa pianta riguarda l’etimologia del nome, dal latino lupulus, diminutivo di lupus (lupo).
La pianta era considerata così pericolosa per alcuni alberi da essere paragonata a un lupo. Plinio chiamava il luppolo “lupo dei salici”, dopo aver notato come esso si arrampicava su questi alberi, prosciugandoli della loro linfa e facendoli seccare in breve tempo.
Fino al IX secolo il luppolo non era ancora utilizzato come ingrediente conservante e aromatizzante della birra ma era diffuso come erba medicinale, soprattutto per le sue proprietà lassative. In alcuni paesi si pensava addirittura che conciliasse il sonno e veniva usato come imbottitura per i cuscini!
Senza dubbio lo preferiamo ora come additivo naturale di una rinfrescante lager…
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L’uso in cucina della bardana sta ormai scomparendo; eppure fino a pochi anni fa si utilizzavano svariate parti di questa pianta: la grossa radice, tostata e macinata era una valida alternativa al caffè; con i germogli più teneri invece è possibile preparare gustose insalate, indicate soprattutto per chi soffre di diabete, perché completamente prive di zuccheri.
Questa pianta è conosciuta, regionalmente, con i nomi più disparati: erba porcina, spinabuoi, cappellaccio, zecchitella… eppure forse l’appellativo più curioso è quello latino, Arctium lappa, che si rifà, a sua volta ad un’etimologia greca: da arktos, orso, e lambano, prendere o afferrare; quindi letteralmente potremmo tradurre: “che afferra come un orso”, con chiaro riferimento ai tenacei aculei dei fiori.
La foto è tratta dal sito: www.altavaltrebbia.net
L’uso della salvia in cucina, come in erboristeria, è antichissimo: oltre che per insaporire zuppe e piatti di carne, essa veniva infatti considerata “l’erba della salute” per eccellenza e l’etimologia del nome sta proprio a dimostrare ciò (dal latino salus (salute) o salvus (sano)).
Nel XVII secolo si iniziò a produrre in Francia un aceto balsamico, detto aceto dei quattro ladroni, che pareva avesse proprietà miracolose, in grado di proteggere dalle malattie infettive; il suo ingrediente principale erano ovviamente le foglie di salvia, unite a timo, rosmarino e lavanda. Non si sa bene se la storia legata all’origine di questo aceto sia vera o sia stata inventata successivamente “a scopi commerciali”: ad ogni modo pare che durante l’epidemia di peste che colpì Tolosa nel 1630, un gruppo di ladroni andava razziando le case degli appestati. Una volta catturati, venne chiesto loro come avessero fatto a violare numerose case infette senza contrarre la malattia e questi rivelarono il loro segreto (l’aceto aromatizzato con la salvia) a patto di aver salva la vita.
Ho i miei dubbi che poche foglioline di salvia lasciate a macerare nell’aceto possano fare di questi miracoli…ma qualche goccia da aggiungere ad un piatto di pasta all’uovo o su un risotto ai porcini non sarebbe affatto male…
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