
Lo chiamavano ‘il respiro di Zeus’ per il suo profumo inconfondibile e penetrante, gli antichi Greci, che apprezzavano il timo e lo adoravano come una pianta divina, dai poteri soprannaturali. D’altronde è plausibile che l’etimologia del nome sia da ricondurre al termine egizio thm, che indica una sostanza fondamentale per l’imbalsamazione delle mummie.
Anche gli Etruschi usavano il timo per conservare integre le salme dei morti, mentre i Romani ne scoprirono le qualità balsamiche e antisettiche, tanto che i soldati facevano il bagno nell’acqua aromatizzata dalla pianta. In epoca cristiana si credeva che fosse la’arbusto che fece da giaciglio alla Vergine durante la fuga in Egitto, quando, stanca, vi si addormentò sopra.
In effetti, in alcuni Paesi di area germanica, il timo è noto con il nome ‘Marienbattstroth’ ossia l’erba del letto di Maria, e si diffuse l’uso di bruciarla al posto dell’incenso in tutte le celebrazioni mariane.

“Perché dovrebbe morire l’uomo nel cui giardino cresce la salvia?”. Così la Scuola di medicina medievale di Salerno considerava questa pianta dalle virtù miracolose note già nell’antichità, tanto che la Madonna, che conosceva la salvia con il nome di ‘erba della salute’, la utilizzò in grande quantità per preparare il giaciglio del Bambino Gesù.
Greci e Romani la adoravano quasi fosse una pianta divina e si avvicinavano a raccoglierla solo vestiti di bianco, a piedi scalzi ma ben lavati e staccandola a mano, senza l’ausilio di alcun oggetto metallico. Una volta colta, la usavano come antisettico, digestivo e calmante, in infuso per curare l’eccessiva sudorazione o contro l’esaurimento nervoso, strofinata fresca per disinfettare le ferite o per rendere più bianchi i denti.
Nel Medioevo era nota come potente afrodisiaco maschile (si facevano cuocere le foglie nel vino, pare che la ricetta fosse stata inventata dalla regina Cleopatra) e comunque legata alla sfera sessuale, capace di proteggere il parto e aumentare la fecondità femminile. Proprio in questo periodo, infatti, e grazie a queste credenze, si cominciò a utilizzare la salvia anche in cucina.

Avete presente quando sfornate una teglia di patate al forno, ancora sfrigolanti, e il profumo inconfondibile del rosmarino si sprigiona in tutta la cucina? Sfido io che l’aroma di questa pianta abbia ispirato l’umanità che epoca dopo epoca gli ha attribuito proprietà e origini avvolte dal mito.
Credo sia impossibile dar conto di tutte le leggende che avvolgono la nascita del rosmarino, ma noi, beh, ci proviamo. Ovidio ad esempio, nelle sue Metamorfosi, ci racconta la storia della principessa Leucotoe, figlia del re di Persia. Di lei Venere fece innamorare follemente il suo sposo, Apollo, per vendicarsi di quando lui ne aveva scoperto il tradimento con Marte.
Apollo bruciava di passione, che non poteva consumare perché la giovane non era mai sola. Quando alla fine vi riuscì, l’idillio durò poco: la ninfa Clizia, segretamente innamorata del dio del Sole, rivelò quanto accaduto al padre della principessa, che per punire la sua debolezza la fece seppellire viva.

Manca ancora un po’ alla Festa della mamma, ma a molti sarà utile sapere che la malva è la pianta simbolo dell’amore materno, che ha come caratteristiche principali la dolcezza e la tranquillità, quell’inimitabile senso di pace che solo le braccia delle madri sanno regalare ai figli…
Probabilmente il linguaggio dei fiori in questo caso ha preso spunto dall’etimologia del nome malva, che viene dal greco ‘malakos’ e significa ‘molle’, cioè ‘dalle proprietà emollienti’. In effetti gli antichi Greci la usavano per ‘ammollare’ la tosse e lo studioso Pitagora ne mangiava un po’ ogni giorno, convinto che placasse le passioni corporali e gli donasse la lucidità necessaria ai suoi studi. I suoi seguaci, a quanto pare, al contrario, la consideravano una pianta sacra, che possedeva il dono della saggezza, e quindi, per rispetto, si guardavano bene dal mangiarla.
I Romani la usavano per combattere i postumi di sbronze e magnate, in particolare pare ne fossero golosissimi sia Cicerone che Marziale, mentre Orazio già la utilizzava in cucina. Nel Medioevo era rimedio contro artriti, infiammazioni, stitichezza e obesità e Carlo Magno la inserì come “pianta obbligatoria” nel suo Capitulare de villis.

Cos’hanno in comune un poeta di fama, uno sportivo campione olimpico nella disciplina prescelta e un qualunque giovane laureato? La chiave sta proprio in quest’ultima parola: laurea, che etimologicamente viene dalla radice di lauro, cioè l’alloro.
Questo perché nell’antica Grecia i vincitori dei giochi Delfici o Pitici ricevevano in premio una corona d’alloro intrecciato (al posto delle moderne medaglie) e perché sempre una corona di questa pianta costituiva il massimo riconoscimento per un poeta, che diventava, quindi, ‘laureato’.
Ancora oggi, soprattutto nel nord Italia ma non solo, si usa intrecciare alcuni rami di questa pianta e fermarli con un nastro rosso per poi incoronarvi il neodottore appena uscito dalla seduta di discussione della tesi.