Cosa fanno insieme le università di Modena, Reggio Emilia, Pisa e ateneo della Tuscia? O meglio: cosa hanno realizzato? La risposta è geniale (e non è una barzelletta): il pomodoro nero, varietà denominata Sun Black.
Il nuovo pomo, non certo più d’oro, ha una buccia violacea tendente al nero e la polpa rossa all’interno, è ricco di antiossidanti, ha il sapore che tutti quanti conosciamo e soprattutto non è stato messo a punto attraverso Ogm.
Il suo colore è dovuto alla presenza nella buccia di sostanze chiamate antociani: pigmenti presenti in altri frutti molto scuri come mirtillo e uva nera, che svolgono una fortissima azione di contrasto ai radicali liberi. Già arrivato al secondo anno di raccolta, il Sun Black è nato dall’incrocio ‘naturale’ di differenti qualità di pomodoro. L’unica cosa che mi rende perplessa è che l’ottima insalata caprese avrà i colori della Juventus.
Alla crisi alimentare e in particolare all’emergenza dell’acqua (bisogno che tre breve sarà molto più pressante di quello di petrolio) è dedicato il vertice internazionale “Food and water for life”, che si svolgerà a Venezia dal 24 al 27 settembre prossimi.
Le questioni saranno affrontate, però, dal punto di vista scientifico e non economico-politico, partendo dal problema delle derrate cereali, sempre più scarse anche perché si preferisce destinarle al mangime per il bestiame anziché a sfamare la popolazione che continua a soffrire di sottonutrizione e malnutrizione. Ci vorrebbero alimenti producibili in condizioni di economicità e una rivalutazione dei tanto disprezzati Ogm, a detta degli esperti; mentre la scienza genetica sta studiando piante in grado di svilupparsi anche con pochissima acqua e capaci di resistere alla siccità.
Infine, riporto le parole di Umberto Veronesi, tra i partecipanti del meeting di settembre: “I raccolti agricoli potrebbero sfamare milioni di poveri invece che miliardi di animali destinati a pochi ricchi”. L’appello, dunque, ai Paesi ricchi è di mangiare meno carne perché anche questo può contribuire a combattere la fame nel mondo. Basti pensare che un terreno coltivato a fagioli consente di ottenere un livello di proteine dieci volte superiore a quello che si otterrebbe destinando lo stesso terreno alla pastorizia.
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In periodi di organismi geneticamente modificati non deve stupire la possibilità di avere anche un’acqua geneticamente modificata, che contenga, cioè, materiale genetico in grado di bloccare la replicazione di virus e batteri e sia in grado quindi di purificarla.
Si tratta di una tecnica ancora a livello sperimentale, ma già utilizzata nella Duke University del North Carolina e presentata a Boston all’annuale congresso di Microbiologia: i ricercatori sono riusciti in laboratorio a fermare l’attività di un fungo molto comune nell’acqua. In realtà il procedimento non è del tutto nuovo: si basa, infatti, sulla cosiddetta interferenza dell’Rna, capace di azionare ‘interruttori’ per accendere o spegnere l’attività dei geni, processo già noto nella ricerca biomedica.
Una scoperta molto importante che permetterebbe non solo di trovare un’alternativa a cloro e raggi ultravioletti nei Paesi avanzati, ma soprattutto di risolvere alcuni problemi di sicurezza dell’acqua nei Paesi in via di sviluppo.
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Lo sapete che si vuole coltivare soia e frumento ogm anche in Europa? Potrebbe essere una possibilità molto vicina nel tempo. Perchè? Perchè il cibo per i nostri allevamenti scarseggia sempre più.
Tra l’altro: “la gran parte degli animali da allevamento (dalle mucche ai polli) già oggi viene nutrita con alimenti ogm, gli organismi geneticamente modificati dalla bio-tecnologia”
Inoltre: in America, in Brasile, in Canada, in Argentina e in gran parte dei paesi del mondo i “campi di Frankenstein”, cioè le piantagioni “tecnologiche” sono già un dato di fatto da diversi anni.
Ma adesso anche l’Europa potrebbe accogliere questa linea. Un mangime geneticamente modificato a base di soia prodotto dalla Monsanto è in fase di valutazione scientifica, mentre un altro prodotto dalla Bayer “dovrebbe essere autorizzato dalla Commissione europea nel giro di qualche mese”.
Dopotutto i nostri allevamenti già mangiano ogm. Vale la pena produrli anche in casa nostra? E che ne sarà della nostra varietà orto-frutticola di fronte alle modificazioni genetiche?
Immagine | lrargerich, piantagione di soia a San Pedro, Argentina
Niente di fatto per il mais ogm e per la ‘superpatata’ Basf (di cui avevamo parlato tempo fa): il Consiglio Agricoltura dell’Unione europea, riunitosi nei giorni scorsi, non ha raggiunto la maggioranza qualificata né a favore né contro. In discussione erano la possibilità di autorizzare la commercializzazione (ma non la coltivazione) di 3 ibridi di mais e l’utilizzo di un altro nei mangimi destinati agli allevamenti, nonché l’uso della patata brevettata dalla Basf al fine di produrre un’alta quantità di amido per le applicazioni industriali.
La Basf aveva chiesto in particolare di poter usufruire di una ‘soglia di tolleranza’ pari allo 0.9% (nel caso in cui questa venisse a contatto delle patate comuni) al di sotto della quale poteva non vigere l’obbligo di informarne il consumatore all’interno dell’etichetta.
La delegazione italiana si è espressa contro l’autorizzazione dei tre ibridi di mais e della patata Basf, si è invece astenuta sulla quarta qualità di mais da utilizzare all’interno dei mangimi, in virtù del fatto che questo si trova già in commercio nel territorio comunitario per alimenti e ingredienti alimentari.
Qualche giorno fa l’Eurispes ha diffuso i dati del rapporto Italia 2008 in cui, naturalmente, si parla anche delle abitudini alimentari del nostro Paese, mutate e non. Stando ai rilevamenti, noi italiani siamo un popolo che adora il biologico, da intendere come mangiare sano, prodotti di qualità certificata, meglio se locali: crescono, infatti, i consumi in questo settore di mercato, soprattutto per prodotti destinati all’infanzia, salumi ed elaborati di carne, frutta e verdura; in calo prodotti dietetici, oli, biscotti e dolciumi vari.
Un altro rapporto, questa volta a cura di Nomisma, mette in luce, invece, la diffidenza del nostro Paese verso le biotecnologie e gli ogm. L’Italia, infatti, investe pochissimo nella ricerca per sviluppare mais più produttivi e adatti alle esigenze italiane, che farebbero tra l’altro risparmiare cifre intorno ai 750 milioni di euro l’anno. Tutto questo sembra sia un problema, a patto che davvero entro il 2013 la disponibilità di mais non geneticamente modificato calerà bruscamente del 40-70%, ossia dai 43 milioni di tonnellate attualmente disponibili a un valore compreso fra i 13 e i 26. Di converso, il mais geneticamente modificato salirà dal 49% all’86% della produzione totale.
Scenario apocalittico? Può darsi, ma Coldiretti (tra i principali sostenitori dell’opposizione) precisa che non si tratta di atteggiamenti ideologici, bensì di tutela territoriale. Intanto in Italia nel 2007 due cittadini su tre hanno acquistato cibi garantiti ogm free: il 10% in più rispetto all’anno precedente.
Io ne ho, di paura, per rispondere alla provocatoria domanda nel titolo.
Sentite qua: è in programma per oggi la sottoposizione, da parte della Commissione Europea al Comitato della catena alimentare animale, di una proposta di legge legata all’uso della patata ogm, per gli amici ‘superpatata’.
In pratica, se a questo tubero fosse permesso di crescere in uno degli stati membri, i sottoprodotti della sua lavorazione potrebbero essere utilizzati nei mangimi per animali.
Per dovere di cronaca c’è da dire che due sono i progetti che la Commissione ha in serbo per la patata biotech, per la quale la società paterna Basf ha richiesto due tipi di autorizzazione: oltre ai mangimi c’è la possibilità di coltivarla con scopi industriali, cioé per produrre amido.
Sebbene si sia ancora molto lontani dall’utilizzo di tale prodotto sulle tavole, diciamo che l’unico ostacolo in cui si può confidare è il tetto massimo di presenza accidentale di Ogm, che negli alimenti non può superare lo 0.9%. Insomma, spero di non dover mai assaggiare le superpatate fritte.
Riprendo una notizia scritta ieri da Silvia su Ecoblog: Ogm nella birra. Greenpeace ha denunciato il loro utilizzo nella birra Budweiser. L’associazione, dopo una ricerca attraverso la quale ha esaminato quattro campioni prelevati presso il birrificio della Anheuser- Busch, in Arkansas, ha rivelato che tre di questi contenevano riso transgenico, Bayer LL601.
L’Anheuser-Busch è stata informata del risultato delle analisi e ha risposto a Greenpeace precisando che il riso della Bayer è autorizzato negli Usa e non viene utilizzato per la produzione della birra destinata all’esportazione. Il problema è che il riso transgenico non è ammesso in altri paesi extra-USA dove comunque la Budweiser viene esportata.
Per chi volesse, fino al 15 novembre è possibile dare il proprio contributo al ritmo di No OGM partecipando alla consultazione popolare lanciata dalla Coalizione Liberi da Ogm. Nel frattempo … hai capito la Budweiser!
Foto | Jeff Kubina

Vi segnalo l’iniziativa di Greenpeace con il concorso ‘Scaglie di creatività‘: si tratta di fare una parodia della pubblicità del Parmigiano da inviare tramite il sito ParmigiaNOgm.it. Per il momento i partecipanti sono poco più di 40, tutti con parodie degne di nota. I lavori inviati saranno sottoposti alle votazioni dei visitatori con la proclamazione del vincitore il 1 dicembre. Il lavoro vincitore sarà diffuso come comunicazione alternativa per un Parmigiano libero da OGM.
Immagine | Luciana Passaro
Parliamo di Marcello e Gianluca Leoni, tra i migliori cuochi italiani secondo il Gambero Rosso, precisamente tra i migliori dodici giovani cuochi emergenti. I due hanno abbracciato la causa di Greenpeace per eliminare gli Ogm dalla filiera produttiva del Parmigiano. Per il momento sono 9 mila le richieste d’adesione inviate al Consorzio del Parmigiano Reggiano sul sito ParmigiaNogm.it.
“Il problema riguarda i mangimi, in particolare l’utilizzo di soia Ogm della Monsanto, come si può evincere dalle stesse etichette dei mangimi utilizzati in molti degli allevamenti aderenti al Consorzio, con tutte le problematiche legate sia all’immissione in natura che agli effetti, non ancora completamente conosciuti, che gli Ogm potrebbero avere sulla sicurezza alimentare. La possibilità che DNA transgenico possa trovarsi nel latte non può essere esclusa, specie nel caso di animali nutriti con Ogm per lungo tempo, come i bovini”, ha spiegato Federica Ferrario, responsabile della campagna Ogm per Greenpeace.
I due cuochi hanno anche proposto una ricetta con il Parmigiano-Reggiano Non-Ogm, date un’occhiata anche al sito Greenpeace.it alla sezione Parmigiano.