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Vino: costo di produzione e ricarichi

pubblicato da Alessia

vino di bordeauxVi è mai capitato di pensare: “Ma cosa avrà mai di speciale quel vino per costare tanto?” Sarà l’ubicazione difficile del vigneto, il personale specializzato, i moderni macchinari, il costo delle più pregiate barriques, dei tappi di sughero, del nome, dell’annata… Ma 5000 Euro per 75o ml di vino sono davvero tanti.

La Revue du vin de France, rivista specializzata di vino, ha pubblicato i costi della produzione di uno dei vini mito del Bordeaux ottenuto da 95% di uve Merlot, stiamo parlando del leggendario Chateau Petrus. Non vorrei aprire una polemica sulla competizione tra il vino italiano e quello francese, ma solamente suggerire di prendere esempio dalla correttezza e forse anche coraggio, che i nostri cugini hanno dimostrato in questa occasione.

A questo proposito Poggio Argentiera ha pubblicato i suoi costi di produzione, anche se in difetto, perchè mancanti di alcune voci. Quest’azienda è una delle più trasparenti che ci siano in Italia. L’aveva già dimostrato attraverso l’iniziativa di una “guida del vino”, ovvero di recensioni in nessun caso censurate, scritte direttamente dai consumatori.

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Da Altroconsumo la ‘mappa del risparmio’

pubblicato da roberta

Fare la spesa risparmiando? Con qualche accortezza si può fare, parola di Altroconsumo che ha fatto una ricerca sul campo dai risultati davvero interessanti, come il fatto che a Milano, scegliendo di acquistare i prodotti dai prezzi più bassi, una famiglia può arrivare a risparmiare in un anno fino a duemila euro.

L’associazione ha portato avanti il suo studio secondo un modello basato sul confronto tra prodotti freschi o di marca e prodotti cosiddetti di primo prezzo, ossia quello più basso esistente, individuato prendendo in considerazione anche gli hard discount. In esame sono stati presi ben 650 punti vendita in 44 città italiane, per un totale di 122mila prezzi di prodotti alimentari e per l’igiene personale.

La ‘mappa del risparmio’ si è così tracciata: Milano è la città dove è possibile risparmiare di più, seguita da Firenze, Verona, Bologna, Roma, Napoli, Torino e infine Genova (solo 573 euro). Quanto alla catena di distribuzione, a vincere la gara è certamente l’Esselunga per i prodotti di marca, seguita da Simply Market (gruppo Sma-Auchan) e Bennet; per i prodotti di primo prezzo, invece, meglio Penny, ma anche DiPiù e Lidl. Non se la passano benissimo, invece, le cooperative come Coop e Ipercoop. Quanto alle marche dei prodotti, tra i peggiori la pasta Barilla, aumentata in un anno del 34%, riso Scotti (+29%) e penne De Cecco (+20%).

Foto | Flickr

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Accordo tra i NAS e la Coldiretti per affrontare il problema della sofisticazione alimentare

pubblicato da daniela

verdure al mercatoBuone notizie per i consumatori, soprattutto per quelli che hanno meno capacità di acquisto.

Ho letto su Kataweb Consumi un articolo parecchio interessante, che spiega come sia nato un accordo tra i NAS (corpo speciale dei Carabinieri a tutela della salute) e la Coldiretti, per tutelare gli italiani dalle frodi e dalle sofisticazioni alimentari; fenomeni sempre più frequenti.

Le motivazioni dell’aumento delle frodi vanno cercate nel forte rincaro dei prezzi degli alimenti; infatti è proprio nel mercato degli alimenti a basso costo che il fenomeno si è espanso a macchia d’olio. Vi ricordate lo scandalo dei formaggi sofisticati venuto alla luce questa estate?

Il progetto dei NAS e Coldiretti si propone di creare un filo diretto tra carabinieri e produttori, in modo che si possa lavorare in sinergia, per affrontare il problema nel modo più capillare possibile.

Insomma, speriamo bene!

Consiglio anche una lettura molto interessante sull’argomento: Mi fido di te, di Massimo Carlotto e Francesco Abate; una storia di fantasia, davvero avvincente, che si fonda però su fatti di cronaca realmente accaduti. Rifletteteci quando acquistate qualcosa.

Foto | Flickr

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Al Wto la ‘guerra’ dei pomodori pachino

pubblicato da roberta

Se vi dico ‘prodotti tropicali’ cosa vi viene in mente? A me frutta come papaya, mango, avocado, lo stesso, ormai comunissimo, ananas… beh, non tutti la pensano così. Sarà che siamo per vocazione un po’ Europacentristi, ma i big asiatici vorrebbero che il Wto (World Trade Organization) classificasse come ‘esotici’ prodotti come pomodori, riso e patate, in modo da farli circolare liberamente per il mondo senza dover pagare dazi.

Ma l’Italia non ci sta. E per due motivi: innanzitutto perché se ciò accadesse ci troveremmo invasi, anche sul mercato interno, di prodotti provenienti dall’estero a prezzi più contenuti e qualità nettamente inferiore; sia perché, almeno per quanto riguarda i pomodori pachino, perderemmo diversi soldi, dal momento che siamo il primo produttore del Vecchio continente, ma la nostra finora indiscussa supremazia sarebbe messa in crisi da almeno un 20% di prodotto cinese che farebbe il suo ingresso.

Il braccio di ferro fino adesso ha dato questi risultati: fuori dalla lista dei ‘prodotti tropicali’ riso, arance, frutta e zucchero, ma per patate e pomodori (che in origine, ok, venivano dall’America) la partita è ancora aperta. Gli esperti del nostro ministero dell’Agricoltura, inoltre, stanno difendendo con le unghie e con i denti alcune ‘eccellenze’ del made in Italy: dal Chianti al prosciutto di Parma ai formaggi quali pecorino romano, Asiago, Grana Padano, mozzarella di bufala e gorgonzola, varie grappe, il Marsala. Il Wto ha deciso che questi sono intoccabili e inimitabili, alla faccia dei ‘copioni’ che proliferano nel mondo. Una volta tanto…

Foto / Flickr

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Coldiretti: le scorte di pane e pasta bastano per 7 mesi

pubblicato da roberta

Incubo di una giornata di mezza estate: la Coldiretti ha lanciato l’allarme circa le scorte di pane e pasta che, se continua così la situazione di crisi globale, in Italia basteranno per appena 7 mesi prima di dover ricorrere all’acquisto all’estero di derrate alimentari.

Secondo l’organizzazione, per evitare il disastro, è necessario aumentare la riserva strategica nazionale in modo da evitare rincari dei prezzi dovuti al ricorso alle importazioni. Oggi, manco a dirlo, noi italiani siamo i primi mangiatori di pasta al mondo, con una media pro capite di 27 chili l’anno (il triplo rispetto agli Usa e agli altri Paesi europei), mentre 66 sono i chili di pane consumati in media a persona ogni anno.

Il problema ovviamente sta alla base: quest’anno il raccolto nazionale di grano è stato di 3,5 milioni di tonnellate; quello di grano duro (per fare la pasta) di 4,5 milioni. Insufficienti a coprire la domanda. Altro problema rilevato: la speculazione internazionale sui cereali, che ha raggiunto il valore medio del 30 per cento, costando al Paese circa 400 milioni di euro. Coldiretti mette in luce un’ultima cosa: la necessità, per abbattere le spese, di produrre ‘a km zero’: si calcola, infatti, che un pasto medio percorra circa 1900 km prima di arrivare sulla tavola dei consumatori.

Foto / Flickr

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Burro a prezzi più bassi? È possibile

pubblicato da roberta

Un burro che costi meno: una richiesta a quanto pare possibile da soddisfare, stando a quanto annunciato dal Garante per la sorveglianza dei prezzi, Antonio Lirosi, grazie alla riduzione dei prezzi alla produzione registrata negli ultimi mesi. La questione è stata oggetto di un confronto con le associazioni di categoria del settore della produzione e della distribuzione, che si è svolto giorni fa presso il
ministero dello Sviluppo economico.

L’aumento del prezzo al dettaglio, nella seconda metà del 2007, era stato causato da un aumento dei costi di produzione, anche in considerazione di quanto stava avvenendo in Francia e Germania, ma la situazione è presto rientrata. Casi isolati le città di Palermo e Reggio Calabria, in cui il prezzo del burro ha continuato a salire vertiginosamente raggiungendo i livelli più alti d’Italia, circostanza che il garante si è riproposto di approfondire.

Certo, non è tra gli alimenti più dietetici né tra i condimenti più estivi, ma di sicuro ha l’ineguagliabile proprietà di rendere tutto più saporito e, senza esagerare, si può consumare anche nella stagione calda: ad esempio a colazione sopra una fetta biscottata che attende trepidante il suo velo di marmellata.

Foto / Flickr

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La spesa? Fatela a Campobasso!

pubblicato da roberta

Oppure a L’Aquila, ma anche a Napoli o Palermo: sono queste, infatti, secondo uno studio comparato dell’Istat sui prezzi del 2006, le città meno care per i generi alimentari. Guai, invece, recarsi nei supermercati di Bolzano, Trieste, Genova e Bologna: paghereste un pacco di pasta il 13% in più rispetto alla media nazionale, e anche la ‘capitale del Nord’, Milano, non se l passa tanto bene.

Se dovete acquistare casalinghi, invece, sarà meglio dirigersi a Bologna, Potenza o sempre a Campobasso, imbattibile con il suo 22,8% in meno della media italiana; ancora una volta tenetevi lontani da Milano dove per lo stesso oggetto sborsereste il 25,8% in più che altrove.

Intanto le associazioni di consumatori si mobilitano contro il caro spesa: oltre all’iniziativa dell’sms, in Lombardia la Coldiretti offre latte appena munto al 40% in meno del prezzo che si trova comunemente sugli scaffali dei supermarket.

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Mais, grano e riso: prezzi alle stelle

pubblicato da fabio

GranoI prezzi delle materie prime dell’alimentazione e del gusto di milioni di persone nel mondo stanno aumentando vertiginosamente. Lo dice il rapporto trimestrale della Fao Crop Prospects and Food Situation, soprattutto nei paesi più poveri.

Vi do qualche numero: il costo delle importazioni cerealicole dei Paesi più poveri aumenterà del 56% nel 2007-2008; per i paesi africani, invece, l’aumento sarà del 74% (sommando anche gli aumenti delle tariffe dei trasporti e del petrolio).

Si tratta di numeri molto forti e che già stanno causando le prime conseguenze negative: in Egitto, ad esempio, 12 mila persone sono state arrestate perché vendevano farina al mercato nero; nelle Filippine, in preda a una crisi alimentare gravissima, il governo minaccia di condannare all’ergastolo chi si accaparra il riso per rivenderlo, poi, a prezzi maggiorati.

Ma l’elenco di casi del genere è lungo e lo potete leggere direttamente in un articolo del Corriere cliccando qui. Si parla addirittura di possibili guerre civili!

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Il vino? Ai saldi è meglio

pubblicato da roberta

Abbiamo già parlato del fatto che, purtroppo, da un po’ di tempo a questa parte, gli italiani bevono meno, non stupisca quindi che le vendite di settore registrino una seppur temporanea, rifioritura in periodo di sconti. Insomma: anche per il vino comprare ai saldi è meglio!

Secondo una ricerca di Winenews e Vinitaly il 61% degli estimatori dichiara di approfittare, qualche volta, dei ribassi per accaparrarsi un buon Barolo o uno ‘stracollaudato’ Sagrantino; il 13% dice di farlo spesso; il restante 26% mai. Questo è ciò che avviene nei supermercati, diverso il discorso per i prezzi in enoteca: il 40% dei fanatici non compra mai per lo sconto; al 52% capita di tanto in tanto; soltanto l’8% è solito farlo.

E comunque la molla che spinge all’acquisto a costi ridotti sembra essere la possibilità di avere a tavola vini normalmente proibitivi (solo il 16% ammette di farlo solo perché attratto dal prezzo in saldo), ma a volte è anche la curiosità verso le novità di mercato, anche se i vini stranieri made in California, Australia o Cile, stentano ancora a decollare, anzi, a farsi stappare.

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Per colpa dell’inflazione gli italiani cambiano le abitudini a tavola

pubblicato da roberta

Prima o poi sarebbe successo: i continui rincari dei prezzi dei generi alimentari, compresi i beni di primissima necessità che sono i cardini della dieta mediterranea, hanno fatto cambiare abitudini alimentari agli italiani.
Questo, almeno, afferma la Coldiretti, sfoderando anche un dato allarmante: a modificare la propria spesa sono stati il 75% dei nostri connazionali, esasperati dal vedere i prezzi crescere ininterrottamente.

Oggi pare che l’italiano medio prediliga cibi di provenienza locale e stia più attento di prima alla lettura delle etichette e c’è da giurarsi che sia anche un po’ contrariato, oltre che depresso, nel vedersi costretto a eliminare da tavola il pane (i consumi calano del 7% dopo gli aumenti record del 12.6%), pasta di semola (-4.3%), olio di semi (-5.9%) e vino (record del -8.4%).
Se la spesa alimentare resta invariata (+0.1% del bilancio), l’aumento dei prezzi ha causato una diminuzione delle quantità di cibo acquistate dalle famiglie (-1.3%).

Ma cosa mangiano, dunque, oggi, gli italiani? Pollo e frittata, annaffiati con acqua. In crescita anche i consumi di yogurt e olio extravergine. Sono i dati a rivelarlo.

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