
Nell’anno della caduta del muro di Berlino, marito e moglie, Giancarlo Lanza e Giulia Andreozzi, acquistarono il vigneto che poi chiamarono I Botri a soli 20 km da Scansano. Dei sette ettari di proprietà, 4 sono dedicati a vitigni a bacca rossa tra cui: il Sangiovese, presente con due cloni di Morellino per il 90%, il Prugnolo gentile per il restante 10%; l’Alicante, che è un clone di Grenache, il Ciliegiolo.
Le uve sono coltivate biologicamente. La riserva è composta da Sangiovese all’ 85%, Ciliegiolo al 10% e Tinto di Spagna (Alicante o Grenache) al 5%. La Vinificazione è tradizionale con una lunga macerazione, fino a 60 giorni. Messo in bottiglia dopo 12 mesi di maturazione in piccole botti di rovere di Slavonia esauste. Nel 1992 il disciplinare venne cambiato per introdurre dei vitigni, cosiddetti, migliorativi quali Cabernet Sauvignon, Merlot, Petit Verdot e Syrah. Questa azienda ha preferito continuare con i vitigni storicamente vitati, rifiutando l’omologazione e la facilità di beva che i vitigni internazionali comportano.
Le annate degustate sono state la 2007, la 2006 e la 2005. La più recente è ancora un po’ ruvida e poco equilibrata. Ricca e speziata sia al naso che in bocca ha una sapidità ben presente, forse grazie alla vicinanza col mare. La 2006 era più rotonda ed equilibrata. Gradevole, e persistente. La 2005 è la più corposa. Credo siano espressioni di morellino meno morbide e facili rispetto ad altri. Sicuramente più espressive di un terroir preciso della Toscana.
Quando si pensa al Primitivo di Manduria, spesso ci viene in mente un vino rosso, morbido e fruttato, con un tannino delicato, un vino che viene scelto sovente da chi si affaccia al mondo enologico.
Il Primitivo di Manduria della Compagnia dei Vini è un rosso da solo acciaio, che mantiene le caratteristiche tipiche del vitigno, ma decisamente meno spinte e più sobrie, tutto a favore di un frutto più fragrante e meno marmellatoso. Rimane piacevolmente speziato.
Le caratteristiche olfattive sono numerose e delicate e tutte insieme creano un bouquet abbastanza complesso ed equilibrato. Per il prezzo siamo intorno ai € 7,50. 14% il tenore alcolico è ben integrato nell’interezza della struttura di questo vino pugliese. Interessante anche la versione dolce naturale, meno il rosso secco passato in barrique.

Recentemente ho bevuto questo vino frutto dell’incrocio di due vitigni: Merlot e Teroldego. L’ideatore fu Rebo Rigotti, genetista italiano e ricercatore presso l’Università di San Michele Appiano nel 1948.
Il vino che se ne ottiene è fruttato, piacevole, con poche parti dure, facile da bere ma neanche scontato, come la mia descrizione potrebbe lasciar intendere. Un vino spensierato ma presente.
L’azienda è quella di Gino Pedrotti, sita a Lago di Cavedine in provincia di Trento. Questo vino si accompagna a paste al forno e alla carne rossa, ma anche a bolliti se ben salsati.

Ripropongo la verza profumata ma con delle varianti importanti. Ci occorrono: una metà di verza liscia; della cannella, dei semi di girasole e di lino; un bicchiere di vino rosso; zucchero; aceto, buccia di un’arancia non trattata; olio extra vergine di oliva, sale e pepe.
Tagliate a listarelle la verza e lavatela. In un padellino antiaderente mettete il vino rosso, la stecca di cannella, 1 chiodo di garofano, buccia di arancia grattugiata e zucchero q.b. Fate ridurre il vino fino ad arrivare ad una riduzione densa. Passate il vino in un setaccio per eliminare le spezie.
Condite la verza con olio, aceto, sale e pepe e poi aggiungete i semi di lino e di girasole. Il tocco finale lo darete con la riduzione di vino rosso, che andrà a bilanciare l’acidità dell’aceto. La parte croccante sarà data sia dai semi che dalla verza stessa. Un gusto agrodolce tenue.
Il Pignolo è un vitigno autoctono friulano a bacca nera, coltivato già dal 1600 nei territori di Albana, Prepotto e Rosazzo. Il nome, chiamato anche Pignul, trae origine dalla compattezza del grappolo. Non ha nessuna parentela con i Pinot francesi.
Il Pignolo ha condiviso la stessa sorte dei principali vitigni autoctoni italiani ed in particolare di quelli friulani a bacca nera, quali Schioppettino e Tazzelenghe, scomparendo quasi completamente dalle campagne friulane all’inizio del 1900 a causa della fillossera. Nel 1978 fu recuperato, grazie alle uniche due viti rimaste presso l’ Abbazia di Rosazzo.
Vitigno tannico, che deve essere un po’ domato prima di proporlo al pubblico, avvalendosi dell’aiuto del tempo. Strutturato, se passato in legno si accompagna bene a carni alla brace con salse, selvaggina, salumi speziati. Ha una buona concentrazione e persistenza.
Foto | Italyeno

Lo Schioppettino viene anche chiamato Ribolla Nera e Pocalza, è un vitigno presente nel comune di Prepotto, dalla vallata del fiume Judrio alla sottozona collinare di Cialla, e nella frazione di Albana con il suo ‘ponte dello schioppetino’ che cavalca il fiume Judrio, quindi rimane una zona molto piccola, che ne fa un prodotto di nicchia.
Consumato dal 1282 per le sue caratteristiche di eleganza ed aromaticità è ancora oggi un vitigno molto interessante, snaturato forse un po’ dal passaggio in legno. Vitigno a bacca rossa, il cui nome, fa probabilmente riferimento alla croccantezza dei suoi acini, o, secondo un’altra versione, si deve il nome alla capacità del vino giovane, se imbottigliato, di diventare naturalmente frizzante e, vista la sua forte acidità, causare un processo di fermentazione malolattica che riesce a stappare la bottiglia.
Vino rosso profondo, giustamente tannico, speziato e fruttato al tempo stesso. L’affinamento è di undici mesi in piccole botti di rovere sui lieviti, che qui sono indigeni. L’abbinamento che più si addice a questo vino è con carni rosse e di selvaggina e formaggi di media stagionatura.
Il Marzemino è un vitigno che ha conosciuto grande successo, tanto da esser citato nel Don Giovanni di Mozart nell’atto II, con la seguente frase: Versa il vino! Eccellente Marzimino!, nella seconda metà del 1700. Ma tante sono le storie collegate a questo vitigno, che poi come spesso accade, ha ceduto il passo a vitigni più in voga e commercialmente più redditizi.
Anche se si tratta di un vitigno famoso, citato e dalla storia invidiabile, rimane comunque poco conosciuto, e per questa ragione l’ho scelto per parlarne in questa rubrica. I cloni di Marzemino sono tanti e vengono distinti fondamentalemente in due categorie, a seconda della presenza o meno della peluria nella pagina inferiore della foglia di vite. Il suo habitat da secoli risiede nella Vallagarina in Trentino, presso il comune di Rovereto. Vitigno gentile ma dal carattere scontroso se preso nel verso sbagliato.
Ricco e fruttato si presta bene sia alla versione secca, che in quella da uve stramature proposta dal viticoltore artigiano Eugenio Rosi. Il vino fermenta ed affina in legno grande e piccolo di ciliegio. Bocca morbida, ricca con un tannino presente ed equilibrato. Un vino che fa dei sentori di frutti rossi e della sua finezza il suo marchio inconfondibile. Da provare se non lo si è mai apprezzato nella versione dolce. Abbinamenti possibili con crostate di frutta rossa: prugne, frutti di bosco o con marmellate di ciliegie. Ottimo da meditazione.

Andando in giro per degustazioni sembra proprio emergere che un Brunello di Montalcino di pregevole qualità possa esistere anche senza la rotondità del merlot. Noi questo lo sapevamo già, e per sostenerlo, portiamo prove di assaggi di aziende i cui vini rimangono incontaminati dal vitigno internazionale. Questa di oggi è un’azienda acquistata dalla famiglia Mori nel 1974. Gli ettari ad oggi sono 10 ed il Brunello è uno dei più storici e tradizionali.
Le cronache parlano di grandi successi sin dagli esordi, tanto da meritarsi il nome di Pinot Nero di Montalcino. Personalmente non credo che questi paragoni facciano bene al vino nostrano, e credo che sminuiscano la nostra tipicità a favore di quella francese riconosciuta a livello mondiale. L’invecchiamento avviene in botti grandi e la vinificazione è fatta senza controllo delle temperature. In vigna non vengono utilizzati né erbicidi né fitofarmaci, ma i vecchi rimedi tramandati di generazione in generazione.
Il Brunello selezione Madonna delle grazie, prende il nome della piccola chiesa vicina, è importante, setoso e vellutato, elegante e tipico nei suoi aromi di viola, rosa appassita, spezie dolci e piccoli frutti rossi. I lieviti sono indigeni, e l’invecchiamento in botti di rovere da 25 hl dura 41 mesi più 10 di affinamento in bottiglia. Che aggiungere? Il Brunello di Montalcino è un grandissimo vino, figlio del suo territorio e di un’antica sapienza, basterebbe rispettarlo.
Ancora tempi di crisi ed instabilità economica condizionano i nostri acquisti, che oggi più che mai, si fanno oculati. Per questa ragione, credo sia il caso di riprendere la rubrica dei vini di qualità sotto i10 euro.
Oggi parliamo del refosco dal peduncolo rosso, vitigno antico e vigoroso, non troppo conosciuto. Questa varietà di uva da dei vini tannici e dalla buona acidità, caratteristiche che vengono ingentilite col tempo.
Il vino di quest’azienda friulana è speziato, intenso, con una bocca ricca ed un corpo ben strutturato, vede in piatti, come selvaggina e brasati, il giusto abbinamento. Dovremmo poter pagare il refosco dell’azienda Feudi di Romans in enoteca intorno ai nove euro.
Il vino San Leonardo ha il merito o la colpa, di avermi spinta a conoscere meglio questo mondo, frequentando un corso da sommelier. Sono passati diversi anni dal primo assaggio di questo nettare divino, ma me lo ricordo come fosse ieri. Le note speziate, l’assoluta eleganza ed equilibrio che percepivo mi fecero capire che forse, tutto ciò che avevo bevuto fino a quel momento, non erano che delle comuni bevande alcoliche sgraziate e senza personalità. Quel 1997 segnò il mio cammino e gli sono quindi molto legata.
Devo ammettere però, che il cambiamento dell’enologo, da Tachis a Ferrini, si avverte, e non so se sia per una razionale analisi o per affetto, la mia preferenza rimane legata allo stile di Tachis. Il millesimo 2000 è stato piuttosto di transito, mentre nel 2001, grande annata, capace di invecchiare per molti anni, ha visto la decisa mano di Ferrini che ha prodotto un vino più strutturato rispetto alla leggiadra mano di Tachis. Si è cercato di ottenere più corpo e struttura, come domandato dal marchese Carlo Guerrieri Gonzaga.
In questo momento il 2000, come indicato dall’azienda, che tiene memoria delle sue annate sul loro sito, è pronto da degustare. Il San Leonardo, è a tutt’oggi un eccellente taglio bordolese italiano che nasce dall’assemblaggio di cabernet sauvignon, cabernet franc e merlot in percentuali da definire esattamente ogni anno, per trovare quel magico equilibrio ed eleganza. E’ possibile effettuare visite ed acquistare il vino, previo appuntamento. L’azienda si trova a Broghetto all’Adige, Avio, in provincia di Trento.