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Tiramisu World Cup: il Brasile campione, il Veneto sfida la creatività

Tiramisu World Cup: il Brasile campione, il Veneto sfida la creatività

A Treviso, dal 9 all’11 ottobre 2026, il tiramisù ha smesso di essere soltanto un dolce italiano per diventare il centro di un confronto gastronomico mondiale. La decima edizione della Tiramisu World Cup ha portato nella città veneta appassionati, cuochi amatoriali e professionisti da ogni angolo del pianeta, con un risultato che ha sorpreso e, forse, fatto riflettere: il titolo nella categoria ricetta originale è andato al Brasile, non all’Italia.

Marcos Muzzi, l’apicoltore brasiliano che ha conquistato Treviso

Il vincitore della categoria Original Recipe si chiama Marcos Muzzi, viene da São Paulo ed è, nella vita di tutti i giorni, un apicoltore. Non uno chef stellato, non un pasticciere di professione: un appassionato di cucina che ha deciso di misurarsi con uno dei dolci più iconici della tradizione italiana e lo ha fatto meglio di tutti gli altri concorrenti presenti.

La sua vittoria racconta qualcosa di preciso sul rapporto che il mondo ha costruito con il tiramisù negli ultimi decenni. Il dolce nato in Veneto — con le sue origini contese tra Treviso e Friuli, dibattito mai del tutto sopito — è ormai una ricetta che appartiene alla cultura gastronomica globale. Lo si prepara a Tokyo, a Buenos Aires, a Londra, a São Paulo. E quando si tratta di eseguire la versione classica con mascarpone, uova, savoiardi, caffè e cacao, un apicoltore brasiliano riesce a farlo con una precisione tale da battere centinaia di sfidanti.

Muzzi ha gareggiato nella categoria dedicata alla ricetta originale, quella che non ammette deviazioni creative: gli ingredienti canonici, la tecnica tradizionale, il risultato valutato nei minimi dettagli. Vincere in questa categoria significa aver rispettato ogni proporzione, ogni passaggio, ogni sfumatura di consistenza e sapore. Non è una vittoria di stile, è una vittoria di precisione.

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La categoria creativa e il trionfo di Ciro Tomassini

Accanto alla fedeltà alla tradizione, la Tiramisu World Cup prevede anche uno spazio per l’interpretazione libera. La categoria Creative Recipe è il terreno dove i concorrenti possono rileggere il tiramisù attraverso ingredienti insoliti, presentazioni alternative, contaminazioni culturali. In questa sezione, il titolo 2026 è andato a Ciro Tomassini.

La distinzione tra le due categorie è, in realtà, il cuore del format competitivo: da una parte la custodia di una ricetta, dall’altra la sua evoluzione. Sono due approcci al cibo che raramente convivono nello stesso evento con pari dignità. La Tiramisu World Cup li mette sullo stesso piano, riconoscendo che la tradizione e la creatività non si escludono — si completano.

Questa struttura in due categorie riflette anche un dibattito più ampio che riguarda la cucina italiana nel suo complesso: quanto si può modificare un piatto tradizionale prima che smetta di essere quello che era? La risposta che la competizione trevigiana offre è pragmatica — si gareggia su entrambi i fronti, e si premiano entrambe le eccellenze.

Perché la Tiramisu World Cup conta davvero

Arrivata alla sua decima edizione, la Tiramisu World Cup ha consolidato un format che funziona per ragioni precise. Treviso non è una location casuale: la città veneta è uno dei luoghi storicamente legati alle origini del dolce, e ospitare la competizione qui ha un significato simbolico che va oltre la logistica.

In dieci edizioni, l’evento ha trasformato un dolce della domenica italiana in un oggetto di studio, confronto e competizione internazionale. Chi partecipa non lo fa per curiosità turistica: si prepara, studia la ricetta, affina la tecnica. Il fatto che un apicoltore di São Paulo riesca a vincere nella categoria originale dimostra che la trasmissione di questa ricetta — attraverso libri, video, corsi, passaparola — funziona in modo straordinariamente efficace anche al di fuori dei confini italiani.

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C’è anche un aspetto che riguarda direttamente il Veneto e la sua identità gastronomica. Ospitare ogni anno una competizione mondiale su un dolce che si considera proprio significa accettare che quel dolce venga interpretato, studiato e — a volte — vinto da chi viene da lontano. È una forma di apertura culturale che non tutti i territori sarebbero disposti ad accettare.

Un dolce, due categorie, molte nazionalità

La competizione si articola attorno a due categorie — Original Recipe e Creative Recipe — che attraggono profili di concorrenti molto diversi tra loro. Da un lato chi vuole dimostrare di saper eseguire la ricetta classica con rigore; dall’altro chi usa il tiramisù come punto di partenza per un’interpretazione personale.

Il fatto che il vincitore della categoria originale provenga dal Brasile e sia un apicoltore di professione aggiunge un livello di interesse alla narrazione dell’evento. Marcos Muzzi non è arrivato a Treviso con il bagaglio di una formazione culinaria accademica, ma con la cura e la dedizione di chi tratta il cibo come una pratica artigianale — esattamente come fa con le sue api.

C’è qualcosa di coerente, in fondo, tra il lavoro di un apicoltore e quello di chi prepara un tiramisù classico: entrambi richiedono pazienza, rispetto dei tempi, attenzione ai dettagli che non si vedono ma si sentono nel risultato finale. Le uova montate bene, il mascarpone incorporato senza smontare la crema, il caffè alla giusta temperatura, i savoiardi inzuppati il tempo esatto — sono tutti passaggi che non ammettono approssimazioni.

La decima edizione della Tiramisu World Cup lascia a Treviso una certezza e una domanda aperta. La certezza è che il tiramisù è ormai un patrimonio gastronomico condiviso, capace di generare competizione seria e appassionata in ogni parte del mondo. La domanda — a cui la prossima edizione potrebbe dare una risposta diversa — è se l’Italia riuscirà a riprendersi il titolo nella categoria che, più di ogni altra, considera propria.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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