Il brodo di giuggiole: felicità... da bere

Quante volte avete sentito l’espressione “brodo di giuggiole”?
Tantissime, certamente. Io, pur avendo ben chiaro il significato, e cioè andare in visibilio per qualcosa, non avevo assolutamente idea della ‘cosa’ cui facesse riferimento la metafora.
Leggendo su Gusto un post sui frutti dimenticati ho scoperto che le giuggiole sono un frutto, così ho fatto qualche ricerca e ho scoperto che si tratta del ‘prodotto’ della pianta nota come giuggiolo, importata dai Romani dalla lontana Siria e nota nell’antichità col nome di zyzyphum, da cui zizzola, termine ancora diffuso nel Veneto.

Sì perché è proprio intorno al borgo di Arquà Petrarca che questi alberi si trovano ancora nei giardini pubblici e privati e i loro frutti, simili a olive alla vista e ai datteri nel gusto, vengono utilizzati per preparare conserve o, più spesso, un vino dolcissimo (il brodo di giuggiole, appunto) secondo l’antica ricetta di Egizi e Fenici.

In breve: si fanno appassire le giuggiole mature, si snocciolano, si cuociono in un tegame assieme a mele cotogne, uva bianca, zucchero e scorza di limone e si fanno bollire finché il tutto non diventerà una purea dolce. A questo punto si passa il composto al setaccio e si conserva il liquido chiuso in bottiglie in cantina

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