Un’analisi della cucina etnica dagli esperti dell’Inran

Chi di voi, amanti della cucina, appassionati di sapori e di profumi, non si è mai fatto affascinare, almeno una volta, da una ricetta ‘esotica’ da riprodurre ai fornelli? Complice la multiculturalità, che ci consente magari di conoscere più da vicino persone provenienti da Paesi anche lontanissimi, la nostra cultura si arricchisce di cous cous, involtini primavera (che poi sembra non siano così diffusi in Cina), goulash e tortillas, solo per citare alcuni esempi di pietanze etniche.

Incredibile a dirsi, ma all’Istituto nazionale per la ricerca su alimenti e nutrizione (Inran) di Roma sostengono che tutte le abitudini alimentari, anche quelle apparentemente più distanti tra loro, si basano sugli stessi principi: ad esempio, se il cardine della dieta mediterranea è la pasta, in Oriente l’alimentazione si fonda sul riso, altrove sulle patate, sui carboidrati insomma.

Vero è che l’Inran ha però messo a punto anche un indice di misurazione della ‘mediterraneità’ delle diete, scoprendo alcune ‘magagne’, cioè alcune abitudini altrui che è meglio non imitare: ad esempio il troppo sale in voga nella cucina sudamericana e peruviana in particolare, dannoso per il cuore; gli oli di semi come cocco e palma, troppo ricchi di grassi saturi; l’uso tutto orientale del pesce crudo. Sì, invece, al peperoncino, ottimo vasodilatatore, e alle spezie ed erbe che facilitano la digestione.

Foto / Flickr

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