Socializzare cucinando, tutti assieme intorno al forno comune per un intero weekend



Tutti insieme appassionatamente per una festa di 30 e passa ore il cui cuore pulsante è un grande forno in terracotta sempre acceso, generoso nell'offrire profumi ed effluvi e prodigo di pasti per pranzo, cena, colazione e di nuovo pranzo. Nell'articolo Una cena lunga 36 ore sul sito del New York Times, il giornalista Michael Pollan descrive questa esperienza. Immaginatevi un cortile ombroso nel primo weekend d'estate a Napa in California, ci sono tre cuochi (Mike e Jenny Emanuel e Melissa Fernandez), un panettiere provetto (Chad Robertson), un aiuto-cucina (Antony Tassinello) e due assistenti. E poi una gran girandola di mogli, bambini, amici e vicini di casa.

L'idea di questo esperimento, si ispira ai forni tradizionali ancora usati in certe comunità del mediterraneo, dove le persone vanno a cuocere il pane e poi si ritrovano tutti insieme a gustare anche altri piatti e ricette. Preservare il fuoco sacro, ottimizzandone quanto più possibile l'uso. E' questo il senso del forno comune, che rimane il vero centro della vita sociale, un luogo dove scambiarsi pettegolezzi ed eludere la solitudine che a volte si prova cucinando da soli a casa propria. In effetti una volta, prima che ogni famiglia avesse la sua cucina, fare da mangiare era un'attività sociale che favoriva lo scambio e l'interazione tra le persone nel tempo che rimaneva prima che le pietanze fossero cotte al punto giusto.

Tutto inizia il sabato mattina, con l'accensione del fuoco. La legna da ardere proviene da profumati mandorli e gelsi, e questo fuoco dovrà durare almeno due giorni, per cuocere tutto: dal pane alla capra arrosto. Ben presto, risulta evidente che l'utensile più importante in questo lungo cooking party, si rivelerà la pala per estrarre i cibi dal forno. Intanto ognuno si rende utile, tagliuzzando le verdure, sistemando i formaggi, tritando le erbe o preparando la carne da cuocere, e sempre chiacchierando allegramente.

Ma tenere un fuoco al punto giusto è una vera e propria arte, basta un attimo e le verdure da croccanti diventano abbrustolite, meglio non abbassare mai la guardia. E' interessante notare poi, come i tre chef non abbiano alcun problema ad interagire l'uno con l'altro e, come in ogni gran cucina professionale, ogni ingrediente è magicamente a portata di mano al momento giusto. I momenti conviviali, in cui ci si siede a tavola, sono lunghi e davvero piacevoli, c'è molto di cui parlare anche perchè tutti, ma proprio tutti hanno dato una mano; ogni piatto può nascere dall'idea di un cuoco, ma poi c'è il tocco personale dell'aiutante di turno, un'aroma, una spezia o una tecnica di cottura.

All'alba della domenica, Mike salta giù dal letto per controllare il fuoco, che appare sempre di più come una specie di creatura con i suoi bisogni e i suoi appetiti. Per pranzo sono attese moltissime persone, ma nessuno si scoraggia, anzi, l'umore è sempre alto e non resta che darsi da fare: in fondo, è più grande il piacere di preparare tutte queste pietanze deliziose, che quello di mangiarle. Questo perchè spesso produrre qualcosa diventa molto motivante e aiuta la coesione sociale, insomma, a conti fatti questo esperimento è davvero riuscito e credo proprio che siamo solo all'inizio se non di una nuova tendenza, di una lunga lunga tradizione.

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