Tempo di vendemmia: il vino ieri


Settembre (anche se ormai sta finendo) è il mese della vendemmia per eccellenza, poi, dopo la fatica, arriva in tavola il novello e si comincia la nuova stagione delle buone bevute. Ho deciso quindi di catapultarci tutti insieme nell’universo vino e fare un breve viaggio (di un paio di post) su questo argomento per così dire trasversale, in grado di affascinare uomini e donne, poveri e ricchi.

E come sempre conviene, partiamo dalla storia: studiando i resti fossili, pare che le prime forme di vitacee vadano indietro di 140 milioni di anni e che la loro presenza fosse coeva in aree geografiche ben lontane tra loro: dall’Asia all’America, fino all’Europa. Nella Bibbia, d’altronde, si narra che quando Noè uscì dall’Arca, piantò una vigna, simbolo di prosperità e di gioia: per questo è considerato l’inventore del vino. Tra l’altro l’Arca si andò ad arenare sul Monte Ararat, l’attuale Armenia, il luogo dove sono stati trovati i resti più antichi.

Non si sa di preciso quando l’uomo iniziò a coltivare la vite, probabilmente risale alla preistoria. Quel che si ipotizza è che l’uomo cacciatore, che si spostava da un terreno all’altro, si nutrisse di chicchi d’uva, diventando, quindi, pian piano raccoglitore. Sappiamo però che il passo dalla vite selvatica a quella coltivata fu fatto nel Vicino Oriente e pare che il primo e fino ad allora unico utilizzo dell’uva fosse come alimento a tavola.

Nella scrittura pittogrammatica dei Sumeri esisteva un segno chiamato ‘a foglia di vite’ che aveva il doppio significato di ‘vino’ e ‘vivere’. Ciò è interessante perché mostra chiaramente il legame culturale che già intercorreva tra questa bevanda e l’arte del vivere bene. Tra l’altro è proprio grazie ai Sumeri che si diffuse la coltura della vite: sapevano che il frutto delle piante in collina è migliore di quello delle piante in pianura, distinguevano tra le qualità del vino e cominciarono a commercializzarlo intorno al 3000 a.C.

Gli Assiri e i Babilonesi facevano un uso del vino limitato ai riti orgiastici, ma furono i primi a coltivare la vite in filari. Furono anche i primi a dare una regolamentazione al commercio del vino, in un codice che riportava dettagliatamente le punizioni da infliggere a chi si macchiava di frode.

I Persiani, dal canto loro, riuniti nel Consiglio di Stato, sembra discutessero le questioni importanti due volte: una a digiuno, l’altra bevendo vino allegramente, ma furono gli Egizi i primi a eccellere, davvero, nelle tecniche di potatura. Avevano osservato, infatti, che i frutti brucati dalle capre poi davano un raccolto migliore, così misero a punto i due sistemi di potatura: a spalliera e a pergola, per le loro viti che, comunque, erano alberelli privi di sostegno. Per primi, inoltre, scrissero sulle anfore oltre al tipo di vino, anche l’anno di produzione e la provenienza dell’uva.

I Fenici, che vivevano in zone geograficamente vicine all’Egitto, appresero dagli Egizi le tecniche di coltivazione dell’uva, ma gli Arabi svilupparono ulteriormente tali tecniche ‘scoprendo’ l’innesto e la moltiplicazione per talea. Le loro viti erano molto basse e coltivate con concime organico posto sulle radici e sulle foglie: così venivano su la regina, il pizzutello e la sultanina.

Nella Grecia Antica il vino era talmente amato che s’inventarono anche una divinità che lo simboleggiasse: Dioniso. Qui si cominciò a sperimentare una vera e propria forma di coltivazione intensiva specializzata e si mise a punto anche un sistema per trasportare il vino nel bacino del Mediterraneo senza che si deteriorasse. Allora le qualità di uva conosciute erano circa 90, alcune delle quali giunte fino a noi, come lo zibibbo, l’aglianico, la malvasia, il negroamaro, il grechetto. I Greci, comunque, preferivano il vino rosso che era usato anche nei simposi, importanti momenti di aggregazione e della vita culturale, in cui si suonava, si cantava e si recitavano poesie.

Con gli Etruschi, invece, si perse un po’ la cultura del vino: le viti venivano legate ad alberi da fusto come gli aceri e le uve coltivate, lambrusco, asprinio, trebbiano, raboso, sangiovese e montepulciano, davano una bevanda più leggera e più aspra. I Romani, però, raccolsero per bene il testimone: secondo Plinio il Vecchio conoscevano 80 tipi di uva e 30 tipi di vino, che però preferivano conservare in giare di terracotta anziché in botti di legno.

A Roma il vino era usato sempre nei banchetti, era una bevanda molto comune ma anche molto distante dalla nostra: si beveva diluito con acqua, oppure bollito con miele, resine, sale, spezie e perfino gesso! Una ricetta molto in voga prevedeva che si versasse in un vaso di bronzo con l’aggiunta di pepe, pistacchi, cannella, zafferano, polpa di dattero tritata e ossi di dattero arrostiti. Considerato un vero e proprio ‘nettare degli dei’ era molto costoso e servito solo nelle occasioni speciali, inoltre, riservato ai capifamiglia e in generale ai maschi adulti.

Il buio Medioevo avrebbe certo fatto perdere le tracce del vino, se non fosse stato per il cristianesimo che lo usava (e lo usa tutt’oggi) per il rito dell’Eucaristia, a simbolo del sangue versato da Cristo per la nostra redenzione. Nei monasteri era comune coltivare una vite e addirittura sono stati ritrovati contratti agrari dell’epoca in cui si obbligava a piantare un determinato numero di viti nelle terre.

Così il vino iniziò ad affermarsi come alimento, fino a diventare uno status symbol, una fonte di allegria, un elemento imprescindibile di una cena ben riuscita, simulacro di un momento insostituibile di convivialità, ma per alcuni anche un pericolo evidente. L’ultima tappa della nostra storia è quindi il 1700, quando in Inghilterra si cominciò a commercializzare il vino in bottiglie di vetro chiuse da tappi di sughero: il traghetto verso i giorni d’oggi.

Foto | Flickr

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