Leggere le etichette delle uova… sicuri di saperlo fare?


Salmonellosi, avvelenamento da stafilococco, aviaria… se è vero che già solo i nomi di certe malattie connesse al consumo di uova fanno paura, è altrettanto vero che l’etichetta delle stesse (quanti di voi la controllano abitualmente, dite la verità?!) è la più completa che ci sia nel mondo commerciale e, per quel che è possibile, quindi, rende anche il prodotto uno tra i più sicuri.

Parliamo per la maggior parte di noi che fa i propri acquisti al supermercato e non ha un contadino di fiducia: cogliamo lo spunto della Giornata mondiale dell’uovo per ripassare la maniera corretta di decodificare l’intricato insieme di lettere e numeri stampigliati sulle confezioni ma anche su ogni singolo guscio di uovo di gallina.

E partiamo proprio dalla confezione: che sia da 4 o da 6 uova, poco importa, ma su alcune balza subito all’occhio la dicitura ‘Extrafresche’. Sappiate che si possono definire così solo le uova deposte entro 9 giorni (e imballate entro 7), trascorsi i quali l’uovo sarà considerato soltanto fresco, cioè di categoria A. Saranno di categoria B, invece, le uova di seconda qualità, non destinate al consumo diretto, comunque. Su alcune scatole, inoltre, anziché la data di deposizione, è riportata quella di scadenza: calcolate che l’uovo, allora, sarà stato deposto circa 28 giorni prima.

C’è sempre, poi, il vecchio trucco della nonna per verificare la freschezza di un uovo: immergerlo in un bicchiere d’acqua salato con almeno 25 g di sale da cucina: se ha tra i 2 e i 20 giorni si posizionerà a diverse altezze all’interno del bicchiere; se, invece, arriverà a galla, magari anche fuoriuscendo un po’ dall’acqua, è da buttare immediatamente.

Importante come criterio di scelta anche la taglia: le XL o Grandissime, sono uova che pesano oltre i 73g; le L o Grandi hanno un peso tra i 63 e i 73 g; le M o Medie sono comprese tra i 63 e i 53; le S o Piccole, infine, sono quelle inferiori ai 52 grammi.

E ora passiamo al codice impresso su ogni singolo uovo, in ottemperanza a un decreto attuativo del Regolamento comunitario emesso nel 2006 e vigente, ovviamente, in tutti i Paesi Ue. Il primo numero che troviamo a sinistra indica il tipo di allevamento in cui vivono le galline produttrici: 0 è il tipo biologico con sistema estensivo, cioè con molta terra a disposizione di ogni singolo animale; 1 indica comunque un allevamento all’aperto, anche se meno spazioso; 2 significa allevamento a terra, anche al chiuso; 3 sta per allevamento in voliera o batteria, con posatoie piuttosto piccole per ogni gallina. Secondo il Codacons, attualmente l’86% delle uova italiane viene da allevamenti in gabbia.

Di seguito troviamo la sigla che informa sulla provenienza dell’uovo (ad esempio IT sta per Italia, è intuitivo) e un numero di 3 cifre che indica il codice Istat del Comune di produzione. In Italia, infatti, essendo un Paese esportatore di uova, sarà molto difficile trovare prodotti provenienti dall’estero. Seguono, poi, la sigla della Provincia di produzione (in lettere) e 3 cifre che comunicano luogo e nome dell’allevamento.

Infine, a volte, sulla confezione sono riportati alcuni dettagli sul mangime dato come nutrimento alle galline: è utile sapere che i cereali possono essere espressamente indicati solo se costituiscono almeno il 60% del peso della formula di mangime, che può comprendere un massimo del 15% di sottoprodotti cereali. Infine, qualora nella dicitura si faccia riferimento a un cereale specifico, significa che questo è presente in una percentuale pari almeno al 30; oppure, se il riferimento è a più d’uno, vuol dire che ognuno deve essere presente almeno con il 5%.

Foto | Flickr

  • shares
  • Mail