Tempo di vendemmia: il vino oggi


Con una settimana di ritardo causato da un mio malanno di stagione, concludiamo oggi il nostro miniviaggio nel mondo del vino, proprio a vendemmia ormai conclusa e mentre i primi brindisi di novello si affacciano sulle nostre tavole.

Non occorre essere sommelier, infatti, per distinguere un vino da un altro, apprezzare quello buono, saper scegliere tra le etichette e le cantine produttrici e fare qualche abbinamento di base fra il tipo di vino e la pietanza cucinata. Gusti personali a parte, però, il sommelier è una figura professionale di tutto rispetto e anche di grande prestigio, che risale all’antica Grecia, all’epoca in cui l’assaggiatore, come si chiamava allora, doveva provare per primo il vino per verificare l’assenza di veleno.

Un lavoro pericoloso, quindi, a differenza di oggi, in cui il sommelier è chiamato essenzialmente a riconoscere il bouquet di un vino e alla gestione di una cantina in ristoranti e alberghi di lusso. E in proposito, una curiosità: il termine sommelier deriva dal francese somme, soma, e lier, legare, e si riferisce all’uso che i soldati di Napoleone avevano di legare le riserve di vino del generale sul dorso delle bestie da soma.

Oggi al massimo il trasporto che ognuno di noi opera è dall’enoteca al bagagliaio dell’auto fino in casa: le bottiglie di vino, oltre che belle a vedersi (alcune diventano veri e propri cult nell’arredamento) hanno anche una loro precisa utilità per la conservazione del loro prezioso contenuto.

L’uso di imbottigliare il vino, innanzitutto, nasce nel XVII secolo in Inghilterra e se allora la scelta del tipo di bottiglia non aveva poi così grande importanza, oggi è un diktat imprescindibile. Per i bianchi, ad esempio, molto usata è la Renana, collo lungo e vetro verde chiaro o rosso scuro; la panciuta Borgognona, cilindrica in basso e di vetro chiaro per i vini bianchi, ma usata anche per i rossi nella versione verde scura o marrone.

I vini rossi di corpo preferiscono la diffusissima Bordolese, scura, spalla pronunciata e collo corto; per spumanti e champagne la Sciampagnotta che resiste tappata alla pressione di 6 atmosfere ed esiste anche in formati diversi dal classico 0.75 l: la Mignonette da 0.2, la Demi da 0.375, la Magnum da 1.5, la Jéroboam da 3, la Réhoboam da 4.5, la Mathusalem da 6, la Salmanazar da 9, la Balthazar da 12, la Nabuchodonosor da 15, la Melchior o Salomon da 18, la Primat da 27 e la Melchisedec da 30.

Come avrete capito, il vino è in buona parte un affare francese, ma anche noi italiani ne capiamo, eccome! E anche noi abbiamo le nostre bottiglie tipiche: l’Albeisa, la Pulcinella di Montepulciano, l’Alsaziana, la Bottiglia Torino che è la più giovane, e il mitico fiasco.

E finalmente arriviamo al sospirato momento dello stappo! Mi raccomando, niente volgari sciabole, ma un assai più sobrio cavatappi. Una volta aperto e, se occorre, lasciato decantare in modo da sprigionare tutte le sue potenzialità organolettiche, il vino va versato alla destra del commensale, facendo ruotare dolcemente la bottiglia in modo che neppure una goccia sporchi la tovaglia.

Se state gustando un vino bianco, ricordate che per non scaldarlo dovrete portare il bicchiere alla bocca impugnandolo per lo stelo e non per il corpo. Anche se siete astemi mai rifiutare un brindisi! Al massimo bagnatevi appena le labbra. Se siete voi, infine, a invitare e a dover apparecchiare la tavola, ricordate che ogni uvaggio ha il suo bicchiere: genericamente il calice più sottile per i bianchi e quello ‘a palla’ per i rossi, ma guai a non disporre anche la flȗte per l’aperitivo, la coppa per lo champagne e il bicchierino per il passito. Cin cin!

Foto | Flickr

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