Recensioni Gusto-se: Non molto lontano da qui di Massimo Cacciapuoti

Può un hot dog con würstel e crauti, traboccante di ketchup e maionese e annaffiato da una birra alla spina essere punto d’incontro tra un padre e un figlio legati da quell’affetto che deriva dall’inevitabile vincolo di sangue, ma contemporaneamente lontani a causa dell’incomunicabilità che spesso affligge i rapporti intergenerazionali?

Il senso, o meglio, uno dei sensi del nuovo romanzo di Massimo Cacciapuoti, Non molto lontano da qui, Garzanti editore, è tutto qua: in un panino malriuscito ma saporito che riesce ad avvicinare, almeno per un attimo, il protagonista Giacomo e suo padre, così simili eppure così distanti. Il rapporto irrisolto con il padre, infatti, che tale rimarrà anche dopo la morte dell’anziano genitore, proprio nel momento in cui Giacomo è forse più lontano da lui, fisicamente e mentalmente, è uno dei cardini sul quale gira tutta la storia narrata in questo romanzo appena uscito e già tanto lodato da critica e pubblico.

Ecco, dunque, un altro esempio di letteratura che usa il cibo come metafora della vita e dei rapporti interpersonali, uno strumento utile a esprimere stati d’animo e desideri, in modo molto più diretto delle parole. C’è, ad esempio, il riso con le zucchine, piatto preferito di Alice, la fidanzata di Giacomo, donna idolatrata e perciò, in fondo, inconsciamente allontanata: un piatto che scandisce tutti i momenti felici della coppia, e che fa da contraltare al riso, ben più amaro, con pollo e verdure, la cui meticolosa preparazione scandisce l’ultimo pasto, mai consumato, dei due fidanzati, prima dell’addio definitivo.

In quel Giacomo che spiega, passo passo, ogni azione prevista dalla ricetta, sciacquare e tagliuzzare le verdure, asciugarle prima di immergerle nel soffritto di cipolla assieme al petto di pollo fatto a dadini, c’è la cecità di ognuno di noi nell’insistere in una storia ormai trascinata e da concludere. Il protagonista si dà fare nel preparare la tavola delle grandi occasioni e non si accorge che Alice è già andata via, che di lei in casa non rimane più nulla salvo il ricordo, neppure il suo grembiule da cucina.

E poi ci sono le paste al sugo delle serate di confidenze con Lorenza, la sorella riscoperta quando viene abbandonata dal marito, ma nuovamente perduta quando trova un fidanzato; i caffè consumati sul terrazzino della casa paterna al mattino presto, con o senza la mamma, in quelle ore magiche e irripetibili in cui la città non è ancora la solita giungla d’asfalto e sintetizzate dalla mirabile espressione rivolta al nuovo giorno: “Oggi apro io”.

Infine, su tutto: la vineria. Luogo dell’immaginazione, del riscatto, del ricordo. Giacomo nasce e cresce nel locale paterno senza esimersi mai dal dare il proprio contributo (lavare i cessi) ed è proprio tra quelle quattro mura, all’epoca della sua infanzia popolate dai soliti ubriaconi stanchi della vita e in seguito luogo trendy frequentato dalla meglio gioventù, che si gioca tutto il rapporto con il padre, indefesso lavoratore.

Qui i due si annusano, lavorano fianco a fianco, si sfidano. Ed è Giacomo, tutto sommato, che vince, riuscendo, ancora una volta da lontano, a trasformare il padre, a far crescere la vineria suggerendo di trasformarla in wine bar, a rinnovarsi e a rinnovare la propria vita. Ma ancora una volta lui di tutto non è attore, ma solo osservatore, tanto che quando rientra nel locale, dopo tanto tempo passato a lavorare in discoteca a Londra, quasi non lo riconosce più. Stavolta padre e figlio si siedono davanti a un profumato stufato di verdure, ma tra loro tutto ormai è irrimediabilmente compromesso.

Foto | Ufficio stampa

Non molto lontano da qui
Massimo Cacciapuoti

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