Ad Agrigento, nel Parco archeologico e paesaggistico della Valle dei Templi, il progetto Diodoros sta attirando nel 2026 nuovi visitatori da tutto il mondo con percorsi che uniscono archeologia, paesaggio e prodotti agricoli locali, perché una granita di mandorle, una focaccia da grani antichi o una passeggiata tra vigneti e agrumeti sono diventati parte dell’esperienza di visita.
Valle dei Templi, non solo archeologia: il cibo diventa esperienza
Non ci sono soltanto i templi dorici, le colonne e i percorsi tra i resti dell’antica Akragas. Alla Valle dei Templi di Agrigento il racconto passa ormai anche dai campi, dagli alberi di mandorlo, dagli agrumeti e da un punto di ristoro, Casa Diodoros, che negli ultimi anni ha cambiato il modo di accogliere una parte dei turisti. Una granita di mandorle siciliane, una focaccia preparata con grani antichi, una degustazione sotto gli alberi: dettagli piccoli, all’apparenza, ma capaci di orientare nuove prenotazioni e richieste di visite “multiesperienziali”.
A spiegarlo è Fabio Gullotta, tra i promotori di Casa Diodoros, durante la tappa di “Sulle orme di Procopio” organizzata all’interno della Valle nell’ambito di Sherbeth, il festival dedicato al gelato artigianale. “Il progetto nasce nel 2005 come chiave di volta per salvare il paesaggio”, ha raccontato Gullotta, indicando il legame tra tutela agricola e fruizione turistica. Non un’aggiunta decorativa, dunque. Piuttosto, una scelta di gestione.
Il progetto Diodoros e la svolta dell’accoglienza turistica
Il marchio Diodoros identifica le produzioni agricole del Parco, con un’impostazione precisa: valorizzare ciò che cresce dentro e attorno all’area archeologica, mantenendo il controllo pubblico sul nome e sulla filiera. “Le produzioni agricole hanno un unico marchio commerciale di proprietà del Parco della Valle dei Templi”, ha spiegato Gullotta. Solo dopo, con il tempo, quel lavoro è diventato anche una porta d’ingresso per un turismo più lento, curioso, meno legato alla sola visita monumentale.
La svolta, secondo i promotori, è arrivata nel 2023. “Da allora abbiamo visto una virata del progetto mirata all’accoglienza turistica”, ha aggiunto Gullotta. Oggi Casa Diodoros lavora con 173 agenzie provenienti da diversi Paesi: alcuni gruppi arrivano per seguire lezioni di pasticceria siciliana, altri vengono accompagnati nei vigneti o partecipano alla raccolta delle mandorle. In quel momento, tra una spiegazione e un assaggio, il paesaggio smette di essere sfondo. Diventa contenuto della visita.
Mandorli, pistacchi e capre girgentane: la biodiversità del Parco
Dentro questo “scrigno” agricolo, come lo definiscono gli operatori, convivono colture e allevamenti che raccontano una parte meno conosciuta della Valle dei Templi. Ci sono i pistacchieti destinati alla produzione del Pistacchio Dop di Raffadali, un allevamento di capre girgentane riconoscibili per le corna attorcigliate, e un impianto storico di uve Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio a piede franco, la cui vinificazione è affidata a una cooperativa. Non folklore, ma presidio agricolo.
Il Parco conserva anche un impianto con 28 varietà di agrumi, tra arance e altri frutti, mentre uno degli agrumeti è gestito dal Fondo Ambiente Italiano. La presenza di queste coltivazioni, inserite in un’area a forte valore archeologico, ha imposto nel tempo un equilibrio delicato: conservare il paesaggio, renderlo produttivo, aprirlo ai visitatori senza trasformarlo in vetrina. Eppure proprio questa combinazione, raccontano gli addetti, è ciò che colpisce molti turisti stranieri. “C’è chi torna perché vuole rivedere il vigneto”, ha confidato Gullotta. Una frase semplice, ma significativa.
Oltre 450 ettari salvati e il nodo delle mandorle siciliane
Il bilancio rivendicato dal progetto è concreto: “Possiamo dire di aver salvato gli alberi in oltre 450 ettari di terreno”, ha detto ancora Gullotta. Per la tutela degli esemplari monumentali è stata coinvolta anche l’Università di Palermo, con la facoltà di Agraria impegnata nel censimento delle cultivar. I dati raccolti parlano di oltre 400 cultivar di mandorle tipiche presenti nell’area, una varietà molto più ampia rispetto ad altri territori siciliani, come il Siracusano, dove — secondo il racconto dei promotori — le varietà censite sono molte meno.
Il tema, però, non è solo botanico. È anche economico e culturale. Gullotta ha ammesso che nelle pasticcerie siciliane la mandorla locale resta spesso ai margini: “Per il 90 per cento è californiana, se non una pasta ottenuta da semi di scarto dell’industria della frutta e aromatizzata alla mandorla”. La differenza di prezzo pesa: circa 3 euro al chilo per alcune paste industriali, 6 euro al chilo per la mandorla californiana, fino a 12 euro al chilo per la mandorla siciliana del territorio. Da qui passa una parte della sfida di Diodoros: far capire al visitatore che quel sapore, assaggiato magari in una granita all’ombra degli alberi, è anche un pezzo fragile di paesaggio da proteggere.
Granita di mandorla e focaccia in primo piano, con un tempio della Valle dei Templi sullo sfondo tra agrumeti e campagna.






