Il miele italiano chiude nel 2026 una campagna difficile, segnata dalla crisi climatica e dal caldo che ha colpito soprattutto pianure, Sicilia e Sardegna, mentre gli apicoltori chiedono al Masaf un sostegno nella nuova Politica agricola comune perché, secondo le prime stime di settore, in alcune aree i ricavi sono scesi fino al 50%.
Miele italiano, una stagione divisa tra montagna e pianura
La fotografia scattata dall’Osservatorio nazionale miele non è uniforme: in alcune zone di montagna la produzione è stata buona, in certi casi molto buona, mentre nelle aree più calde e siccitose i raccolti sono stati scarsi o assenti. Una differenza netta, a volte visibile anche tra apiari vicini, separati da pochi chilometri ma esposti a condizioni ambientali diverse.
A pesare sono stati altitudine, esposizione, disponibilità d’acqua, presenza di varroa — il parassita che indebolisce le api — e capacità degli apicoltori di spostare tempestivamente gli alveari. “Quest’anno bisognava inseguire le fioriture quasi giorno per giorno”, ha raccontato un produttore emiliano, spiegando una difficoltà che molti colleghi descrivono con parole simili. Non sempre, però, è bastato.
La stagione era partita con segnali incoraggianti. Le temperature primaverili miti avevano favorito lo sviluppo delle colonie e anticipato diverse fioriture, lasciando intravedere un raccolto migliore rispetto agli anni più complicati. Poi, nel giro di poche settimane, sono arrivati sbalzi termici, temporali violenti e lunghe ondate di caldo.
Caldo e siccità accorciano le fioriture
Il problema, spiegano gli operatori, non è stato solo il caldo in sé, ma la sua durata e la rapidità con cui ha asciugato i terreni. In molte aree del Paese le fioriture si sono chiuse prima del previsto, riducendo la presenza di nettare e costringendo le api a lavorare in condizioni meno favorevoli.
L’apicoltura, spesso indicata come una cartina di tornasole dello stato dell’ambiente, ha risentito di una sequenza ormai familiare: primavera irregolare, piogge concentrate in pochi episodi, poi caldo prolungato. Solo allora, quando gli alveari erano già in piena attività, gli effetti si sono visti con chiarezza. Melari più leggeri, raccolti discontinui, aziende costrette a rivedere i conti.
Secondo le associazioni del settore, la contrazione dei ricavi oscilla tra il 25% e il 50% nelle aree più penalizzate. Non si tratta, hanno scritto Fai, Mic e Unaapi al Ministero dell’Agricoltura, di limiti tecnici degli operatori, ma di “fattori estranei alla capacità imprenditoriale dell’apicoltore”. Una formula asciutta, dietro cui ci sono spese vive, carburante, nutrimenti di soccorso e giornate perse a spostare gli alveari.
Le associazioni chiedono aiuti nella nuova Pac
La richiesta inviata al Masaf punta a inserire un sostegno specifico al reddito degli apicoltori nella nuova Pac, la Politica agricola comune. Il settore chiede strumenti più mirati, capaci di accompagnare le aziende nei passaggi più critici, quando la perdita produttiva non dipende da scelte aziendali ma da eventi climatici sempre più difficili da prevedere.
Il tema non riguarda solo il bilancio delle imprese. Le api svolgono un ruolo centrale per l’impollinazione e, quindi, per molte colture agricole; quando gli alveari si indeboliscono o vengono spostati di continuo, l’effetto si allarga oltre il miele. “Serve riconoscere il servizio ambientale dell’apicoltura”, ha spiegato una delle organizzazioni firmatarie, richiamando un punto da anni al centro del confronto con le istituzioni.
Una nota positiva, nel quadro complessivo, arriva dal miele di acacia, produzione decisiva per la redditività di molte aziende italiane. Dopo annate molto difficili, il raccolto ha mostrato una ripresa in diverse zone. Resta però l’incertezza sui prezzi, anche per la presenza di giacenze della stagione precedente segnalata dall’Osservatorio.
Importazioni in crescita e mercato sotto pressione
Sul mercato pesa l’aumento dell’import di miele, cresciuto nel 2025 del 18% fino a superare le 26mila tonnellate. Oltre un quarto arriva da Paesi extra Ue, mentre la produzione nazionale si attesta intorno alle 31mila tonnellate, un volume che non basta a coprire del tutto il fabbisogno interno.
I consumi italiani restano stabili, circa mezzo chilo a persona all’anno, sotto la media europea di 600 grammi. Ma il rischio, per i produttori, è che il vuoto lasciato da raccolti nazionali più deboli venga riempito da prodotto estero, spesso venduto a prezzi più bassi. Una dinamica che può incidere sugli scaffali, ma anche sulla tenuta economica degli apicoltori.
Nel frattempo il comparto dei confezionatori di Unione Italiana Food segnala difficoltà di approvvigionamento, nonostante nel 2025 il giro d’affari sia salito del 4%, arrivando a 175 milioni di euro. Il paradosso è tutto qui: domanda stabile, valore in crescita, ma materia prima nazionale più incerta. E per chi lavora con le arnie, tra pianura e collina, la prossima stagione è già una domanda aperta.
Un apicoltore ispeziona un telaino in un apiario in un paesaggio secco, simbolo delle difficoltà del miele con caldo e siccità.






