Via Pasteria, la catena milanese di pasta fresca trafilata al bronzo fondata il 21 luglio 2022 in via Crespi, zona Porta Genova, accelera nel 2026 con un centro di produzione a Linate, nuovi locali in programma e il lancio di altri brand, nel tentativo di trasformarsi da insegna cittadina a gruppo della ristorazione con ambizioni anche fuori dall’Italia.
Via Pasteria, da Milano al piano di crescita
Quattro ristoranti aperti in pochi anni a Milano, un quinto già in preparazione e un progetto che guarda oltre i confini cittadini. È questa, oggi, la traiettoria di Via Pasteria, format nato con il primo locale in via Crespi e poi cresciuto con le aperture in corso Italia, piazza Sempione e nella zona Isola. La società di controllo, Rubicon Capital Ventures (Rcv), sta lavorando a un passaggio di scala: non più soltanto nuovi punti vendita, ma una struttura produttiva e societaria capace di sostenere l’espansione.
«Stiamo provando a essere un gruppo, non una catena di ristoranti», ha spiegato Diego Del Rio Toca, ceo e co-fondatore, in un’intervista a Food24 insieme al socio Manfredo Camperio. L’idea, raccontano i fondatori, è replicare un modello riconoscibile: ordine al bancone, servizio a tavola, cucina aperta dalle 12 alle 22.30, niente coperto e nessuna prenotazione. Una formula che loro definiscono “fast luxury restaurant”, con uno scontrino medio intorno ai 22 euro. Rapida, ma curata. Informale, però non improvvisata.
Il centro di produzione a Linate e i nuovi brand
Il passaggio più concreto è il nuovo hub produttivo di Linate, alle porte di Milano: oltre mille metri quadri destinati a centralizzare la produzione e a rendere più ordinato il lavoro dei ristoranti già aperti e di quelli futuri. Secondo i dati comunicati dalla società, l’investimento complessivo sul centro, includendo macchinari e impianti già acquisiti, è stimato in circa 1,37 milioni di euro. Restano da completare lavori di ristrutturazione per un budget residuo di circa 800mila euro.
Non è solo una questione di logistica. Il centro di produzione centralizzata serve anche a preparare il terreno per nuove insegne: un secondo brand dovrebbe arrivare entro la fine del 2026, mentre un terzo è previsto per il 2027. I dettagli, per ora, non sono stati resi noti. Del Rio Toca e Camperio hanno però lasciato intendere che la direzione sarà quella di costruire un portafoglio più ampio, senza perdere il controllo su materie prime, processi e identità. Solo allora, spiegano, la crescita potrà diventare davvero replicabile.
Fatturato, investimenti e obiettivi al 2026
I numeri restano ancora contenuti, ma indicano una crescita rapida. Nel primo anno fiscale completo, il 2023, con “un ristorante e mezzo” operativo — il primo già avviato e il secondo aperto in corso Italia nello stesso anno — il fatturato si è collocato tra 1,1 e 1,15 milioni di euro, secondo quanto riferito dai fondatori. Nel 2024, con due locali e mezzo e l’apertura in piazza Sempione a marzo, i ricavi complessivi di Rcv hanno superato i 3 milioni di euro, con un aumento vicino al 172% rispetto all’anno precedente.
Per il 2025, con tre ristoranti a regime e il quarto appena inaugurato in zona Isola, l’obiettivo dichiarato è arrivare a 5 milioni di euro, con Ebitda positivo. Nel 2026, considerando le nuove aperture, il target è avvicinarsi ai 10 milioni. «Di media, ogni locale dovrebbe fare 2 milioni di euro», ha detto Del Rio Toca. Una stima ambiziosa, ma legata a un modello nel quale la scelta degli immobili pesa molto: il primo ristorante è costato circa 500mila euro, il secondo 650mila, il terzo tra 700mila e 750mila. Il flagship di Isola, più grande e pensato anche per tavolate, prenotazioni e corsi di pasta, ha richiesto circa un milione di euro.
Materie prime italiane e modello senza coperto
Uno dei punti su cui i fondatori insistono è il controllo dei costi fissi, in particolare degli affitti. «Noi spendiamo sotto il 4% dei ricavi netti in immobiliare», ha spiegato Del Rio Toca, citando il caso di una catena concorrente che, secondo la sua ricostruzione, avrebbe sostenuto costi intorno al 17% vicino a una loro location. Anche la struttura societaria segue un’impostazione internazionale: Rubicon Capital Ventures è organizzata come una C-corp equivalente a una Spa americana e controlla la società italiana. Nel board siedono, tra gli altri, Laurence Franklin, ex amministratore delegato di Coach, Tumi e Frette, Marco De Ceglie, già ceo di De Cecco Usa e Filippo Berio Usa, e Daniele Molteni, executive director di JPMorgan.
Sul fronte del prodotto, Via Pasteria propone sette formati di pasta fresca, ciascuno abbinato a una farina specifica e a un sugo dedicato. Le porzioni sono da 150 grammi, pari — secondo l’azienda — a circa 100 grammi di pasta secca. La farina arriva in prevalenza da Casillo Group, tra i principali operatori italiani del settore molitorio. L’acqua filtrata è inclusa, il pane del panificio Vezzoli costa un euro fisso. «Al supermercato non trovi i pinoli italiani, non trovi la farina certificata italiana. Noi abbiamo tutto italiano, non abbiamo neanche la Coca Cola», ha confidato Camperio. E poi un dettaglio che dice molto dell’immagine cercata: piastrelle realizzate da un artista milanese, cuscini fatti a mano, sedie di design italiano. Una costruzione di marca, prima ancora che di menù.
Produzione di pasta fresca in un laboratorio professionale, simbolo della crescita e della centralizzazione produttiva del gruppo.






