Il tema della longevity entra nel food & beverage e nell’hospitality nel 2026, spinto da consumatori di età diverse che chiedono prodotti e servizi legati al benessere quotidiano, mentre aziende e investitori puntano su un mercato globale stimato in 45 miliardi di dollari e destinato, secondo Market Research Future, a superare gli 87 miliardi entro un decennio.
Longevity, dal benessere al carrello della spesa
Non è più solo una parola da laboratori farmaceutici, centri estetici o cliniche private. La longevità sta diventando un criterio di scelta anche davanti allo scaffale del supermercato, al menu di un ristorante, alla prenotazione di un hotel. Una tendenza, certo, ma con radici più profonde: invecchiare meglio, non soltanto vivere più a lungo.
Il cambio di passo si vede negli investimenti. Nel perimetro della longevity economy si muovono gruppi internazionali dell’ospitalità, marchi del largo consumo, fondi e imprenditori; tra i nomi citati dagli operatori compaiono il Gruppo Accor e Renzo Rosso, interessati a intercettare una domanda che non riguarda più solo la fascia anziana. “Il consumatore chiede prevenzione, continuità, piccole scelte quotidiane”, raccontano da alcune società di consulenza che seguono il comparto. Non la dieta lampo. Piuttosto, una routine.
A sostenere questa traiettoria ci sono anche i numeri demografici. Nei Paesi più sviluppati, la quota di popolazione anziana continuerà a crescere e, secondo le proiezioni richiamate dagli analisti del settore, potrà arrivare al 24% entro il 2100. Ma fermarsi agli over 65 sarebbe riduttivo. Il punto, oggi, è che la salute a lungo termine entra nelle decisioni di acquisto molto prima della pensione.
Italiani più attenti a prevenzione, nutrizione e stress
In Italia il legame tra alimentazione corretta e possibilità di vivere meglio è ormai entrato nel linguaggio comune. Secondo un sondaggio commissionato da Cerba HealthCare Italia, la nutrizione è indicata dagli italiani tra i principali fattori per una vita più lunga e in buona salute, subito dopo l’attività fisica e il controllo dello stress. Tre leve concrete, quotidiane. Non sempre facili da tenere insieme.
Il dato interessante riguarda l’età in cui si comincia a pensarci. Un’analisi condotta da YouGov rileva che il 30% degli italiani ritiene necessario investire sulla propria longevità già tra i 30 e i 40 anni. Non quando arrivano i primi problemi seri, insomma, ma in una fase ancora piena della vita lavorativa e familiare. “Ci penso quando faccio la spesa, ma anche quando scelgo dove mangiare fuori”, ha confidato a Milano una consumatrice quarantenne, intercettata in un punto vendita specializzato in prodotti salutistici. Una frase semplice, però molto indicativa.
Sempre secondo YouGov, il 51% degli intervistati dichiara di pensare spesso o sempre alla salute a lungo termine nelle scelte quotidiane di acquisto. Il comportamento è più marcato tra i Boomers, al 56%, ma resta alto anche tra i Millennials, al 54%. E qui cade uno stereotipo: la longevity non è una conversazione “per vecchi”. È, semmai, una preoccupazione condivisa, con linguaggi diversi.
Over 50 decisivi nei consumi di cibo, hotel e ristoranti
Il peso economico delle generazioni mature resta comunque centrale. Secondo le stime di Teha Group, nel 2020 gli over 50 generavano il 73,1% della spesa per food & beverage e il 56,2% di quella per hotel e ristoranti. Numeri già consistenti, che raccontano un potere di acquisto spesso sottovalutato quando si parla di innovazione e nuovi format.
La prospettiva al 2050 rafforza il quadro. Sempre secondo Teha Group, la quota degli over 50 salirà all’81,6% nella spesa per alimenti e bevande e al 66,6% in quella legata a ospitalità e ristorazione. Tradotto: chi produce, distribuisce o serve cibo dovrà fare i conti con un pubblico più adulto, più informato, talvolta più esigente. Ma non per questo disposto a rinunciare al gusto, alla socialità, al piacere della tavola.
Non a caso Teha Group ha avviato la Community Longevity+, con l’obiettivo dichiarato di costruire in Italia una piattaforma di riferimento per innovazione, tecnologie e servizi legati alla longevità. Dentro questo perimetro rientrano alimenti funzionali, programmi nutrizionali, percorsi di prevenzione, ma anche modelli di ospitalità capaci di integrare cucina, movimento, screening e riposo. Tutto insieme, o quasi. Perché il mercato corre, ma la credibilità si gioca sui risultati.
Dalla cura occasionale alla prevenzione quotidiana
“La longevità sta diventando un nuovo paradigma di consumo, capace di attraversare generazioni, categorie merceologiche e canali distributivi”, ha affermato Marco Zanardi, presidente di Retail Institute Italy. Secondo Zanardi, il cambiamento sposta la nutrizione “dalla logica della cura occasionale a quella della prevenzione quotidiana”. Una formula che sintetizza bene ciò che sta accadendo: meno interventi riparativi, più attenzione costante.
Per le imprese, però, la sfida è delicata. Parlare di longevity food non può significare semplicemente aggiungere una promessa in etichetta o moltiplicare claim su proteine, fermenti, fibre e antiossidanti. Servono dati, trasparenza, indicazioni comprensibili. E serve evitare che il tema venga schiacciato su una moda premium, accessibile solo a chi può pagare programmi personalizzati o soggiorni in strutture dedicate al benessere.
La direzione, intanto, sembra tracciata. Dalla colazione ricca di fibre al menu pensato per il metabolismo, dal ristorante che segnala piatti bilanciati all’hotel che abbina cucina e attività fisica, la longevity sta cambiando il modo in cui si consuma. Non promette di fermare il tempo. Prova, più realisticamente, a renderlo un po’ più gestibile.
Scelte alimentari quotidiane in un supermercato: due generazioni a confronto tra verdure, yogurt e cereali, tema chiave della longevity.






