Il granchio blu continua a mettere sotto pressione allevamenti di vongole, peschiere e lagune italiane nell’estate 2026, soprattutto tra Veneto, Emilia-Romagna e Sardegna, dove pescatori, cooperative e università cercano di contenere una specie ormai stabile e, insieme, di trasformarla in una risorsa per filiere alimentari, cosmetiche e biochimiche.
Granchio blu, l’emergenza resta aperta nell’Alto Adriatico
Il caso, che pochi anni fa veniva descritto come un’anomalia, è diventato una presenza quotidiana per chi lavora nelle lagune del Delta del Po e nelle aree di allevamento delle vongole veraci. «L’emergenza non è certo finita», ha spiegato Mauro Steri, responsabile di Legacoop Pesca, chiarendo che a essersi stabilizzata è semmai la presenza del crostaceo, non il problema. E nelle cooperative, raccontano gli operatori, le segnalazioni arrivano ancora quasi ogni giorno.
Il punto più fragile resta l’Alto Adriatico, tra le peschiere del Veneto e dell’Emilia-Romagna, dove il granchio blu attacca gli allevamenti e riduce la capacità produttiva degli impianti. Per proteggere le semine, diversi operatori hanno iniziato a “cinturare” le aree destinate alle vongole, creando barriere e zone più controllate. Una soluzione costosa, non sempre sufficiente. «Si lavora per salvare quello che si può», ha confidato un pescatore del Polesine, sintetizzando il clima di queste settimane.
Secondo Federagripesca Confcooperative, il fenomeno non è scomparso e, anzi, continua a interessare aree diverse del Paese. Oltre all’Alto Adriatico, vengono segnalate presenze significative anche nel Tirreno, nelle isole e in diversi tratti costieri del Sud. Il crostaceo, ormai, non è più un ospite occasionale.
Dal Delta del Po alla Sardegna, la mappa della diffusione
La presenza del granchio blu è considerata stabile nella laguna di Orbetello, alla foce dell’Arno, in Sardegna, in Sicilia e in Calabria. In Friuli Venezia Giulia, secondo quanto riferito da Confcooperative, nei primi quattro mesi del 2026 sarebbe stato pescato un quantitativo pari a quello dell’intero 2025. Un dato che racconta bene il cambio di scala, anche se le stime definitive arriveranno solo con i bilanci di fine stagione.
La novità, riferiscono gli operatori, è che l’invasione non riguarda più soltanto le lagune e le foci dei fiumi. Il granchio blu viene pescato anche in mare aperto, fino a quattro miglia dalla costa, segno di una capacità di adattamento che preoccupa tecnici e pescatori. In quel momento, per chi cala le reti, il problema non è più soltanto ambientale: diventa economico, immediato.
«Il Delta del Po è l’area ideale per proliferare», ha spiegato Giuseppe Castaldelli, professore di Ecologia all’Università di Ferrara. L’habitat, ha aggiunto, favorisce il ciclo riproduttivo della specie: i maschi risalgono verso le acque dolci durante la muta, mentre le femmine restano più vicine alla foce, dove possono riprodursi più volte nel corso della vita. Un meccanismo efficace. E difficile da spezzare.
Vongole e cozze sotto pressione, calano le produzioni
Gli effetti più pesanti si vedono nella laguna di Scardovari, una delle aree simbolo della molluschicoltura italiana. Prima dell’arrivo massiccio del granchio blu, secondo i dati richiamati da Confcooperative, si producevano circa 25 mila quintali di vongole Dop. Dopo la diffusione del crostaceo, la produzione è scesa a circa 15 mila quintali. Numeri che, per un territorio costruito attorno alla pesca e agli allevamenti, pesano molto.
A complicare il quadro è arrivato anche il caldo delle scorse settimane, che ha provocato una moria di cozze e ha portato alla sospensione della produzione in laguna. Non tutto dipende dal granchio blu, spiegano gli addetti ai lavori, ma la combinazione tra specie invasive, temperature elevate e fragilità degli ecosistemi rende ogni stagione più incerta. Le imprese si trovano così a programmare con margini stretti, spesso senza sapere se il raccolto arriverà davvero.
Le cooperative chiedono misure di contenimento più rapide e continuità negli indennizzi, perché la pesca straordinaria del crostaceo, da sola, non basta a proteggere gli allevamenti. Servono monitoraggi, barriere, sperimentazioni e una gestione coordinata tra Regioni. «Il problema va seguito tutti i mesi, non solo quando esplode l’allarme», ha ammesso un operatore dell’area veneta.
Dalla polpa in vasetto agli usi cosmetici e biochimici
Accanto alla lotta per contenere il granchio blu, prende forma un’altra linea di lavoro: sfruttare commercialmente ciò che oggi danneggia le lagune. Nel Polesine, il Consorzio Cooperative Pescatori ha annunciato iniziative per vendere polpa e chele di granchio blu in vasetto, provando a costruire una filiera alimentare stabile. Non è una svolta risolutiva, avvertono gli stessi operatori, ma può aiutare a dare valore a una pesca che altrimenti resta solo emergenziale.
La ricerca guarda anche oltre la tavola. Dal carapace del granchio blu si possono estrarre sostanze di interesse per applicazioni cosmetiche e biochimiche, come avviene già per altri crostacei in alcune filiere industriali. In Sardegna, ha ricordato Steri, sono stati avviati studi dalle università di Sassari e Cagliari per valutare possibili utilizzi e strategie di gestione. Altre iniziative sono in corso tra Veneto ed Emilia-Romagna.
Resta però una linea di prudenza. Trasformare il granchio blu in prodotto non significa favorirne la diffusione, sottolineano tecnici e associazioni, ma tentare di recuperare valore da una specie ormai insediata. La priorità resta proteggere gli allevamenti, ridurre i danni e capire come convivere con un invasore che, per ora, non sembra destinato a sparire.
Un pescatore raccoglie granchi blu in laguna, tra reti e barriere usate per proteggere gli allevamenti di vongole.






