Fumone è un incantevole borgo medievale della Ciociaria interamente costruito in pietra e famoso per essere il luogo in cui Celestino V trascorse i suoi anni di prigionia seguiti alla rinuncia al pontificato. Se riuscite ad evitare la parte in cui è orrendamente deturpato da un altissimo ripetitore, una passeggiata per questo paesino vi regalerà scorci davvero magnifici da fotografare, come hanno fatto i nostri amici di Flickr nella gallery.
Non è un caso, dunque, che il ristorante più apprezzato del borgo cavalchi l’atmosfera medievale e ne faccia una sua caratteristica peculiare: parliamo della Taverna del Barone, il cui ingresso si trova sotto un ponticello in pieno centro.
Il ristorante è ricavato in un fienile in cui il tempo sembra non essere passato, grazie anche ai camerieri che vi accoglieranno con tanto di costumi tipici dell’epoca e le classiche calzature locali, altrimenti dette ciocie. In una saletta al piano terra, ogni Natale, viene allestito un presepe vivente, ma se arriverete senza aver prenotato vi toccherà inevitabilmente il soppalco.
Che bella l’estate nelle più rinomate località balneari! Se l’afa e il sole abbacinante, infatti, le rendono quasi sopite durante il giorno, è al calar della sera che queste cominciano a vivere, tra luci colorate e un profumo di frittura di pesce che si perde nei vicoli mischiato a quello delle creme solari spalmate sui villeggianti.
E poi non ci sono praticamente più vincoli di orario: si è rilassati e ovunque si mangia fino a tardi! Ponza in questo senso non fa eccezione, tanto che arriviamo a sederci alla nostra tavola presso il ristorante La Scogliera alle 23 passate!
Qui, comunque, non si sconvolgono (ma come fanno ad avere la cucina sempre aperta?!) e così la nostra tavolata da 8 può sbizzarrirsi ordinando tutto ciò che desidera, godendosi il fresco della serata e contemplando dalla nostra posizione panoramica una luna che si specchia in un mare in realtà un po’ agitato.
Si trova nel cuore del cuore del Morellino l’Enoteca dei Mille, ricavata nelle cantine di un palazzo d’epoca di Scansano, che si articola su diversi livelli e con pochi tavolini che sembrano soffocati dagli scaffali terra-cielo stracarichi di bottiglie.
Il menu è scarno, perché la vita qui non si divora, ma si vuota tutta d’un sorso nella trasparenza di un calice aromatico. Tuttavia, per chi ha lo stomaco che non regge, si può spizzicare da taglieri misti di salumi e formaggi con miele al peperoncino o normale, arricchiti, visto il periodo di festa, da una tradizionale pizza di Pasqua toscana dolce all’anice.
Chi ha bisogno di maggiore sostanza per degustare, e preferisce il salato, ecco il crostino dei Mille, al forno con salumi tipici, oppure il crostino alla toscana con i fegatini e quello del buttero, preparato con la salsiccia.
Continua a leggere: Ristoranti: l’Enoteca dei Mille a Scansano (Gr)
Se un posto diventa famoso magari per il luogo in cui si trova e con questa indicazione geografica viene indicato e riconosciuto dalla clientela, voi come lo battezzereste? Ovviamente come tutti lo chiamano, e cioè, nel nostro caso, l’Enoteca Cantina in piazza del sale, in quel di Grosseto.
Il posto, come dicevo, é molto conosciuto, ma la sua fama vale per quel che si versa nel bicchiere, non certo per quel che vi arriva nel piatto: un romano, infatti, più avvezzo a una cultura del cibo che a quella del vino, non potrà apprezzare fino in fondo, quindi iniziate a entrare nell’ordine di idee che qui la concezione è questa, si mangia per non restare a stomaco vuoto mentre si beve.
Chiarito ciò, il locale è molto carino, ricavato, senza nasconderlo, nella cantina di un palazzo storico, talmente alta da riuscire a costruire un piano sopraelevato con altri 4-5 tavoli, oltre a quelli che nella bella stagione (che qui inizia prestissimo) si allungano all’esterno sulla piazza.
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Una piacevolissima sorpresa questo Bistrot del Duca, minuscola oasi per il godimento del palato dispersa nelle campagne della verdissima Umbria, precisamente alle propaggini di Città della Pieve, cittadina molto carina ma tristemente (a parer mio) famosa per essere il set della fiction Carabinieri, che ormai ha solo la dignità delle repliche all’ora di pranzo.
Non li ho contati, ma a occhio dovrebbero entrarci non più di 15-20 coperti in questo locale, ricavato nei sotterranei antichi di Palazzo della Fargna, tutto pietra e ferro battuto e talmente piccolo che per il bagno dovete uscire e bussare un paio di porte più in là.
Ma quello che interessa i gestori, e la clientela apprezza a giudicare sia dagli amici che mi hanno fatto fare km per arrivarci sia dalle numerose recensioni amatoriali che si trovano in internet, non è la quantità, bensì la qualità. Qualità della vita, e non potrebbe essere altrimenti in un posto del genere dove tutto è fatto con lentezza, ma soprattutto qualità a tavola, dal momento che tutto quello che metterete in bocca qui è frutto di un lavoro di selezione certosino.
Continua a leggere: Ristoranti: Bistrot del Duca a Città della Pieve (Pg)
Mangiare bene senza rischiare di incorrere in ‘trappole per turisti’ e senza dover accendere un mutuo, si può anche a Venezia: basta, come sempre, conoscere il territorio e fare la scelta giusta. Noi l’ultima volta nella splendida città lagunare avevamo ‘guide’ locali, ma per chi non le avesse, potete seguire i nostri consigli, so per certo che non resterete delusi.
Questa osteria un po’ defilata dai percorsi più battuti è quello che ci vuole per un’oretta di relax lontano dalla folla e dai flash delle macchine fotografiche, fenomeno che a Venezia, qualunque sia la stagione, non dà mai tregua. Tenete presente che se non siete accompagnati da autoctoni, vi sarà difficile comunicare, perché qui la tradizione è un culto tale che impone l’uso del dialetto, quindi… buona fortuna!
L’ambiente è piccolo e caratteristico, con gli arredi in legno antichi e l’enorme bancone che campeggia al centro dell’unica sala, a ricordare quanto la cultura del bere bene, ancor prima del mangiare bene, sia in Veneto un vero e proprio diktat. E poi, da dietro quello stesso bancone, tutte le pietanze vengono preparate ‘a vista’ del cliente, garanzia di autenticità.

Un po’ osteria, un po’ ristorantino: comunque la vogliate definire La Colonnetta è davvero una piccola, anzi, piccolissima perla di gusto nel centro storico di quell’altra perla del Veneto che è Treviso, per nulla intimorita dalle vicine bellezze ingombranti di Venezia e, un po’ più in là, Verona, che comunque visiteremo nelle prossime settimane.
Tornando al nostro localino (potremmo effettivamente chiamarlo anche così), l’etichetta che più gli calza è quella che gli hanno dato i suoi inventori: ‘chicchetteria’, perché tutto quello che si gusta, o meglio, si degusta, qui, è chic, oltre a essere buonissimo.
Lo è, tanto per cominciare, il piatto di polenta bianca (tipica di queste zone) servita tiepida con baccalà mantecato in un connubio di sapori fusi insieme talmente bene da non capire più dove finisce la polenta e dove inizia il baccalà, anche perché tutto si scioglie armoniosamente in bocca.
Appena entrati in questa enoteca-ristorante si ha davvero l’impressione di essere entrati in Cantina, ma che cantina! L’arredamento è semplice e curato, il pavimento in cotto, le volte a crociera e quell’umidità dall’odore pungente e inconfondibile che si mescola ai profumi sublimi della cucina…
D’altronde in questo ristorante suggeritoci dalla Bibbia Slow Food, si entra attraverso via della Botte, suggestiva stradina del centro storico di Scansano, paesino sdraiato sulle colline che guardano dall’alto, ma mica poi tanto, la Bassa Maremma. E soprattutto patria del Morellino.
E in effetti la prima esperienza divertente, qui, è proprio la scelta del vino: ti alzi e vai in cantina tu personalmente, prendi la bottiglia e te la porti in tavola dove l’oste, occhio attento, la registra. Così si evitano pantomime del tipo scegli un vino, poi non c’è, te ne portano uno simile, ma certamente più caro ecc.
Al di fuori del posto in cui si vive, secondo me esistono soltanto due tipi di ristoranti: quelli dei quali ti innamori per un giorno, perché ci capiti o ti ci portano, ma comunque sarà difficile che ci torni, e quelli con i quali subisci un colpo di fulmine che è per la vita, e allora non solo ci torni se ripassi di lì, ma ti organizzi apposta!
Il ristorante Del Sub di Porto Santo Stefano, sul Monte Argentario, per me appartiene alla seconda categoria e fortunatamente, complice la distanza non eccessiva e una casa che frequento spesso nei dintorni, non mi viene troppo complicato tornarci.
Il locale si trova a pochi metri da dove, se avrete fortuna, lascerete la macchina (non c’è speranza d’estate e nei weekend), proprio dove arrivano i pescherecci carichi di pesce per vendere nei banchi direttamente sul porto e all’inizio della passeggiata turistica.
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Avete appena trascorso una bella domenica alle Grotte di Frasassi, tra stalattiti e stalagmiti vi è venuta una discreta fame: che fate? Vi fiondate a uno degli invitanti chioschetti di specialità marchigiane (ciauscolo su tutte) che affollano il parcheggio dove si fanno i biglietti d’ingresso e si aspetta la navetta?
Potrebbe essere una scelta saggia, ma certo non la migliore, che senza ombra di dubbio vi consiglio: far portare ancora qualche minuto di pazienza allo stomaco e guidare fino alla vicinissima Genga, dove pranzare da Maria, che è un’osteria tipica, peraltro presidio Slow Food, sarà un’esperienza da ricordare… forse più che stalattiti e stalagmiti!
Noi ci siamo arrivati all’ora ‘di punta’ di una gelida e piovosissima domenica d’autunno, tanto che la signora Maria si è vista costretta a ‘relegarci’ in una sala separata che sembrava un po’ quella spoglia e triste ‘dei cattivi’, ma che al bilancio finale si è rivelata piacevolmente ritirata, nonostante il locale principale sia splendido, ricavato in un’ala di un ex monastero.