A Pantelleria, nel 2026, un progetto di ricerca finanziato dallo European Biological Control Laboratory punta a proteggere il cappero Igp dalla cimice Bagrada hilaris, un insetto invasivo che può danneggiare colture alimentari e mettere sotto pressione il lavoro degli agricoltori dell’isola. L’iniziativa, coordinata dalla Bbca con il coinvolgimento di Enea, nasce per sperimentare una risposta biologica al parassita, riducendo il ricorso ai pesticidi in un territorio dove produzione agricola, paesaggio e identità locale sono strettamente legati.
Cappero Igp di Pantelleria, la minaccia della cimice Bagrada hilaris
La Bagrada hilaris, conosciuta come cimice bagrada, è al centro dell’attenzione dei ricercatori perché si nutre di diverse specie vegetali e può provocare danni consistenti non solo al cappero di Pantelleria, ma anche a colture come grano, legumi, broccoli e cavolfiori. L’allarme, spiegano gli enti coinvolti nel progetto, riguarda le ricadute economiche per le aziende agricole, già esposte a rese variabili, costi di manodopera e condizioni climatiche difficili.
Nel caso dell’isola siciliana, la posta in gioco è concreta. Il cappero Igp di Pantelleria non è una coltura qualsiasi: è un prodotto identitario, raccolto a mano tra muretti a secco, terrazzamenti e piccoli appezzamenti spesso battuti dal vento. “Un attacco diffuso potrebbe pesare molto sui produttori”, ha spiegato chi segue il progetto sul campo, sottolineando che il problema non riguarda solo la quantità, ma anche la qualità del raccolto destinato alla certificazione.
Il progetto europeo e il ruolo di Enea nella ricerca
Il progetto è finanziato dallo European Biological Control Laboratory (Ebcl) e coordinato dalla Bbca, Biotechnology and Biological Control Agency, che ha curato le indagini in loco, l’allevamento degli insetti e i test biologici e comportamentali. A Enea è stato affidato un compito tecnico delicato: l’irraggiamento degli insetti, insieme alla validazione e all’analisi dei dati raccolti durante le prove.
I primi risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Insects e indicano una possibile strada per il controllo della specie senza ricorrere in modo diretto alla chimica di sintesi. Non è una soluzione pronta dall’oggi al domani, precisano i ricercatori, ma un passaggio di metodo: osservare il comportamento della Bagrada hilaris, verificare la risposta agli interventi di sterilizzazione e capire se la tecnica possa funzionare in contesti agricoli reali, come quelli di Pantelleria.
La ricerca, in questa fase, guarda anche ad altri territori. La cimice bagrada è infatti considerata un insetto dannoso per più colture e può diventare un problema dove le produzioni orticole hanno un peso rilevante. Per questo i dati raccolti sull’isola, pur legati al caso del cappero Igp, possono offrire indicazioni utili anche oltre il perimetro pantesco.
La Tecnica dell’Insetto Sterile come alternativa ai pesticidi
La prospettiva indicata dallo studio è l’applicazione della Tecnica dell’Insetto Sterile, nota anche come Sit, Sterile Insect Technique. Il principio è semplice da spiegare, meno da realizzare: insetti maschi resi sterili vengono rilasciati nell’ambiente e, accoppiandosi con le femmine selvatiche, riducono nel tempo la capacità della popolazione di riprodursi. Solo allora, se i rilasci sono calibrati e ripetuti, la pressione del parassita può scendere.
Questa tecnica è già stata studiata e applicata in diversi contesti di controllo biologico, soprattutto quando l’uso dei pesticidi risulta problematico per l’ambiente, per la salute degli operatori o per il valore delle aree coltivate. A Pantelleria, dove agricoltura e paesaggio convivono in un equilibrio fragile, l’interesse è evidente. Meno trattamenti chimici significa anche meno impatto su suolo, insetti non bersaglio e filiere di qualità.
I ricercatori parlano però con cautela. Servono ulteriori prove, dati di campo e verifiche sulla sostenibilità economica dell’intervento. La Tecnica dell’Insetto Sterile, infatti, richiede strutture di allevamento, procedure di irraggiamento controllate e un monitoraggio costante. “Non basta liberare insetti sterili”, ha confidato un tecnico coinvolto nelle attività: “bisogna sapere quando, dove e in quale quantità intervenire”.
Una produzione limitata, raccolta a mano e legata al disciplinare Igp
Secondo i dati diffusi da Enea, la produzione annua totale di capperi a Pantelleria si aggira tra 3.000 e 4.000 quintali. La quota certificata con marchio Igp è più contenuta: di norma tra 1.200 e 1.300 quintali, con annate in cui il prodotto certificato può scendere fino a 500 quintali. Numeri che raccontano una filiera piccola, esposta alle oscillazioni stagionali e alla disponibilità di manodopera.
Il disciplinare del cappero Igp di Pantelleria è rigido. La resa massima è fissata a 30 quintali per ettaro e la raccolta deve avvenire esclusivamente a mano, in modo scalare, dal 1° maggio al 1° ottobre. È un lavoro lento, ripetuto, spesso svolto nelle prime ore del mattino per evitare il caldo: un gesto agricolo che incide sui costi, ma anche sul valore del prodotto finale.
Proprio per questo la difesa dalla Bagrada hilaris assume un peso che va oltre la sperimentazione scientifica. Proteggere il cappero Igp significa tutelare una filiera agricola di nicchia, un reddito per molte famiglie e un pezzo riconoscibile dell’identità di Pantelleria. La ricerca, ora, prova a trasformare un laboratorio in uno strumento per i campi. Con prudenza, ma con un obiettivo chiaro: ridurre i danni senza impoverire l’ambiente che rende unico quel prodotto.
Controllo in campo delle piante di cappero a Pantelleria, tra muretti a secco e terrazzamenti, per monitorare i parassiti.






