In Toscana, nel luglio 2026, un ettaro di terreno agricolo su cinque è rimasto incolto perché seminare grano non garantisce più un reddito sufficiente agli agricoltori, secondo la denuncia di Coldiretti Toscana, che punta il dito contro le importazioni dall’estero, la pressione sui prezzi e il rischio di falso Made in Italy.
Grano in Toscana, Coldiretti denuncia il crollo delle semine
La Toscana, che per decenni ha avuto un ruolo centrale nella produzione cerealicola nazionale, continua a perdere superfici coltivate a grano. La fotografia arriva da Coldiretti, che parla di un territorio dove “un ettaro su cinque” resta fermo, non lavorato, perché “seminarlo, nel Paese simbolo di pasta e spaghetti, non conviene più”. Una frase netta, pronunciata in un momento in cui le aziende agricole fanno i conti con costi di produzione alti, margini ridotti e prezzi di vendita che, secondo l’organizzazione, finiscono spesso sotto la soglia di sostenibilità. Il problema, spiegano dagli uffici regionali dell’associazione, non riguarda soltanto il singolo raccolto o una stagione andata male: è un equilibrio economico che si è spezzato, con campi lasciati a riposo non per scelta agronomica, ma per mancanza di prospettive. “Così si perde produzione, ma si perde anche presidio del territorio”, ha confidato un cerealicoltore del Senese durante una recente riunione con i tecnici agricoli. Poche parole, dette a bassa voce. Ma il senso è quello.
Navi di grano estero nei porti, il caso Livorno
Nel mirino di Coldiretti Toscana ci sono soprattutto gli arrivi di grano dall’estero nei porti italiani, compreso il porto di Livorno, indicato dall’associazione come uno degli snodi da monitorare con più attenzione. “Anche in queste ore continuano ad arrivare navi stracariche di grano dall’estero”, denuncia l’organizzazione agricola, chiedendo controlli mirati sulle partite in ingresso. Secondo Coldiretti, questo flusso di materia prima avrebbe l’effetto di comprimere il prezzo del grano italiano, costringendo i produttori a vendere a condizioni non remunerative. L’associazione sostiene inoltre che parte del grano importato provenga da Paesi dove possono essere utilizzati trattamenti chimici non ammessi nell’Unione europea: un punto sul quale, precisano le fonti agricole, servono verifiche puntuali da parte delle autorità competenti. Nei moli, tra camion in attesa e silos, la questione non è solo commerciale. Riguarda la tracciabilità, la concorrenza e la fiducia dei consumatori. Per questo Coldiretti insiste su ispezioni più frequenti, analisi documentali e controlli fisici sulle merci in arrivo.
Prezzi sotto pressione e accuse agli operatori della filiera
La denuncia dell’associazione agricola si allarga poi alla filiera della pasta, dai trasformatori agli operatori commerciali, fino ai pastai. Per Coldiretti, industriali e intermediari importerebbero grano estero per sostenere i fatturati e tenere bassi i prezzi riconosciuti agli agricoltori italiani, mentre sugli scaffali la pasta viene spesso percepita dai cittadini come prodotto nazionale e venduta anche a circa 2 euro al chilo. È qui che si concentra l’accusa più dura: il rischio, secondo l’organizzazione, è che il consumatore paghi un prodotto presentato come vicino alla tradizione italiana, senza avere piena consapevolezza dell’origine della materia prima. La questione, in realtà, si trascina da anni e riguarda etichette, codici doganali, miscele di grani e regole di mercato. Ma ora, con i terreni lasciati incolti e i prezzi in calo, la tensione è tornata alta. “Gli agricoltori non chiedono privilegi, chiedono di non lavorare in perdita”, ha spiegato un dirigente provinciale dell’associazione. Una richiesta semplice, almeno in apparenza. Sullo sfondo resta il nodo dei costi: gasolio, sementi, fertilizzanti, affitti dei terreni. Tutto pesa.
Cesani: controlli e trasparenza contro il falso Made in Italy
La presidente di Coldiretti Toscana, Letizia Cesani, chiede un intervento deciso sulle regole del mercato cerealicolo e sulla Commissione Unica del Grano, lo strumento che dovrebbe contribuire alla formazione trasparente dei prezzi. “C’è chi sta giocando sporco”, ha detto Cesani, sollecitando chiarezza su chi, all’interno del sistema, sostiene gli agricoltori e chi invece favorisce gli interessi degli speculatori. Le richieste sono precise: controlli a tappeto nei porti, maggiore trasparenza sull’origine della materia prima, modifica del codice doganale e applicazione della normativa contro le pratiche sleali. Secondo Cesani, solo un insieme di strumenti può proteggere il reddito delle imprese agricole e tutelare i cittadini dall’inganno del falso Made in Italy. La partita, dunque, non si gioca soltanto nei campi della Val d’Orcia, della Maremma o del Valdarno. Passa dai porti, dai listini, dagli uffici doganali e dai tavoli nazionali dove si decide il prezzo del grano duro. E in Toscana, oggi, molti agricoltori aspettano un segnale prima di tornare a seminare.
Un agricoltore guarda un campo di grano parzialmente lasciato incolto nelle campagne toscane, simbolo della crisi delle semine.






