Chi è passato almeno una volta da un forno di Roma a metà mattina conosce la scena: la teglia lunga appena sfornata, il profumo che arriva fino in strada, il pezzo tagliato a richiesta, pesato e piegato nella carta, da mangiare camminando. La pizza è uno dei simboli gastronomici della città , con la sua superficie dorata e lucida di olio extravergine, i granelli di sale che scrocchiano sotto i denti e una mollica leggera, piena di alveoli.Â
Replicarla in casa è possibile, a patto di rispettare i tempi, l’idratazione e qualche accorgimento di tecnica. Con gli ingredienti giusti e un po’ di pazienza, la pizza bianca alla romana preparata nel forno di cucina sa regalare le stesse soddisfazioni del pezzo comprato al forno sotto casa. Proprio per questo, abbiamo preparato la ricetta in collaborazione con Mulino Padano, mulino della Valle del Po guidato dalla famiglia Cavallari, che da decenni produce farine professionali apprezzate da fornai, pizzaioli e pasticceri e oggi disponibili nello shop online anche in piccolo formato per chi impasta a casa.Â
Una storia che comincia nei forni dell’antica Roma
La pizza bianca romana ha alle spalle una storia lunga e affascinante, che secondo la tradizione comincia dentro i forni dell’antichità . Prima dell’arrivo dei termometri, i fornai della Roma antica avevano un problema molto concreto: capire quando il forno a legna aveva raggiunto la temperatura giusta per cuocere il pane. Infornare troppo presto o troppo tardi significava rovinare l’intera produzione della giornata. La soluzione era un test empirico: si staccava un pezzo di impasto del pane, lo si schiacciava con le mani e lo si appoggiava sulla platea rovente. Osservando come colorava e quanto in fretta cuoceva, il fornaio capiva se fosse arrivato il momento delle pagnotte. Quella schiacciata di prova, cotta in pochi minuti, era troppo buona per finire tra gli scarti: condita con un filo d’olio e una presa di sale, veniva mangiata calda, ed è da questo gesto quotidiano che si fa risalire la nascita della pizza bianca.Â
Con il passare del tempo quel prodotto povero si è trasformato in una specialità con un’identità precisa, custodita dai panifici romani con orgoglio artigiano. Alcuni forni storici del centro, attivi fin dalla prima metà dell’Ottocento, la sfornano ogni giorno da più di un secolo, sempre uguale a se stessa.
La farina giusta e gli altri ingredienti
Per una teglia da forno standard di circa 30 per 40 centimetri servono 500 grammi di farina, 375 millilitri di acqua fredda (l’idratazione al 75 per cento è il cuore della ricetta), 4 grammi di lievito di birra fresco, 10 grammi di sale fino, 15 grammi di olio extravergine di oliva per l’impasto, più altro olio e sale grosso, o in fiocchi, per la superficie.
Un impasto così idratato e destinato a una lunga permanenza in frigorifero ha bisogno di una farina forte, ricca di proteine di qualità . Le proteine della farina, a contatto con l’acqua e con la lavorazione, formano la maglia glutinica, una sorta di rete elastica che intrappola l’acqua e i gas prodotti dalla fermentazione: più la rete è robusta, più l’impasto regge le lunghe attese senza afflosciarsi. Sulle confezioni questa caratteristica si riconosce dal contenuto proteico, che per questa ricetta dovrebbe partire da almeno 13 grammi per 100 grammi di prodotto, oppure dal valore W quando è indicato.Â
La forza della farina determina anche i tempi di maturazione che l’impasto può sostenere: farine più forti permettono di allungare le ore di frigorifero, farine più deboli chiedono tempi più brevi. Per orientarsi tra questi parametri e capire quale prodotto si adatta al proprio metodo di lavoro, sul blog di Mulino Padano si trova una guida dedicata a come scegliere la farina migliore per la pizza, un approfondimento utile da leggere prima di mettere le mani in pasta.
Il procedimento passo dopo passo
L’impasto si prepara la sera prima, e il primo passaggio è lo scioglimento del lievito: in una ciotola capiente si versano circa tre quarti dell’acqua e vi si sbriciola il lievito, mescolando finché il liquido diventa leggermente opaco. Si aggiunge quindi la farina tutta insieme e si lavora con un cucchiaio o con le mani fino a quando l’acqua è completamente assorbita e in ciotola resta un composto grezzo, ancora irregolare. A questo punto entra il sale, seguito dall’acqua rimasta versata poco alla volta: ogni aggiunta va incorporata prima di procedere con la successiva, stringendo l’impasto con le dita come per pizzicarlo. Per ultimo si unisce l’olio, lentamente, continuando a lavorare finché la massa lo assorbe. Il risultato sarà morbido, lucido e leggermente appiccicoso: è la consistenza corretta per questa idratazione, e la tentazione di aggiungere farina va tenuta a bada, perché ogni manciata in più ruberebbe leggerezza al risultato finale.
Dopo un riposo di mezz’ora sotto un canovaccio umido cominciano le pieghe in ciotola, tre serie a distanza di venti minuti l’una dall’altra. Il gesto è semplice: con la mano bagnata si afferra un lembo di impasto dal bordo, lo si tira delicatamente verso l’alto e lo si ripiega verso il centro, ruotando la ciotola di un quarto di giro e ripetendo per quattro o cinque volte. Le pieghe sostituiscono la lunga lavorazione a macchina, perché a ogni serie la maglia glutinica si organizza e l’impasto, da molle che era, diventa via via più tonico ed elastico. Completata l’ultima serie, la ciotola ben coperta con pellicola passa in frigorifero per una maturazione di 18, meglio ancora 24 ore. Durante questa lunga sosta al freddo gli enzimi scompongono amidi e proteine in composti più semplici: è il processo che regala alla pizza bianca profumo, digeribilità e quel sapore pieno che una lievitazione rapida non può dare.
Il giorno dopo l’impasto torna a temperatura ambiente per un paio d’ore, finché appare rilassato e punteggiato di bolle. Nel frattempo, il forno va portato a 250 gradi in modalità statica, con la teglia capovolta o la pietra refrattaria già all’interno: servono almeno 40 minuti perché la base accumuli il calore necessario, perché il contatto con una superficie rovente imita la platea del forno a legna e dà alla pizza la spinta iniziale.Â
Su un piano generosamente infarinato l’impasto si stende con delicatezza, usando solo i polpastrelli e allargandolo dal centro verso i bordi: i movimenti devono schiacciare senza sgonfiare, preservando le bolle formate nelle ore di maturazione. Prima di trasferirla sulla base bollente, la pizza va irrorata con un’emulsione preparata sbattendo due cucchiai di olio extravergine con uno di acqua, che in cottura mantiene la superficie umida e la fa dorare in modo uniforme, e si completa con il sale grosso. La cottura richiede dai 12 ai 15 minuti complessivi: i primi minuti nella parte bassa del forno, per consolidare il fondo, poi a metà altezza fino a una doratura piena.
I consigli per una pizza bianca da forno romano
L’esperienza dei fornai insegna alcuni accorgimenti che fanno la differenza tra un buon risultato e un pezzo da bancone romano. La stesura è il momento più delicato dell’intera preparazione: ore di maturazione hanno riempito l’impasto di gas preziosi, e mani pesanti li disperderebbero in un attimo, quindi polpastrelli leggeri e nessun mattarello. La temperatura del forno va sfruttata fino in fondo, perché una cottura decisa e relativamente breve produce la crosta sottile e croccante tipica della tradizione, mentre l’umidità interna dell’impasto mantiene la mollica soffice.Â
Appena sfornata, la pizza bianca va lasciata riposare cinque minuti su una gratella, in modo che il vapore residuo si disperda e il fondo resti asciutto e fragrante. Il modo migliore di gustarla resta quello dei banconi romani: tagliata a strisce, ancora tiepida, da sola o aperta a metà con la mortadella. Se ne avanza, pochi minuti in forno caldo il giorno dopo le restituiscono la fragranza originale, e il profumo tornerà a raccontare la stessa storia che si respira ogni mattina davanti ai forni di Roma.
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